Dannatamente a fine binario

I binari della stazione sono lucidi. Il treno è fermo sotto la pioggia incessante.

Lui sale i gradini con difficoltà e lentamente siede sull’orlo del sedile accanto al finestrino, di fronte a me.

Ha i capelli bianchi ed una cartellina di cuoio sotto il braccio, un ombrello con il manico di legno scuro. Lo sguardo s’incolla al finestrino a cercare qualcuno dentro il panorama bagnato. Ha un solco profondo e diritto tra ciglio e ciglio.

Il corpo tarchiato, simile a una quercia poco sviluppata in altezza, si raggomitola sul sedile diventando una montagnola tondeggiante e compatta. Finalmente sembra vedermi, accenna un sorriso pallido come i suoi occhi chiari.

“Come ti chiami?” chiede con voce roca.

“Mi chiamo Affy”.

“Io mi chiamo Giovanni … tra poco si va via, finalmente si parte Affy”.

Abbasso gli occhi su quelle sue ultime parole. Tra poco si va via. La nebbia s’addensa contro i finestrini del  treno come una coperta militare grigia e sporca.

Tossisce e lo sguardo torna perso al di là del vetro, lungo come un istante di eternità. Per il freddo si avvolge alla meglio nel cappotto come in un rifugio precario. A me sembra una mummia egiziana in procinto di sfasciarsi.

Infatti, di punto in bianco, come svegliandosi da un intimo letargo:

“… vedi Affy”

le sue dita bianche aprono la cartella di cuoio e amorevolmente scorrono sopra fotografie popolate di uomini in grigioverde che si muovono tra esplosioni, episodi minimi e gesti enormi, compiendo un dovere, servendo la Patria, dimostrando valore, strisciando rapidi su un binario. Le sue dita scorrono poi sopra un’immagine che ha il sapore di una reliquia

“… lei è Maria, la mia Maria” dice con un soffio di voce.

Con mani tremolanti mi porge una piccola fotografia in bianco e nero consumata agli angoli.

Maria ha il capo lievemente piegato, gli occhi neri brillano con lunghe ciglia, una grande massa di capelli elegantemente raccolti in una treccia. Le guance abbozzano un sorriso curioso appena appena accennato. Sul vestito una spilla a forma di margherita, una piccola perla al centro e due foglioline ai lati del gambo sottile.

Gli restituisco la piccola immagine.

Giovanni s’aggrappa alla fotografia come un ciclista che sta filando in discesa senza freni. Sembra contare i petali della margherita. Fissa Maria e inghiotte qualcosa, forse saliva.

Poi ….

” … le giornate erano lunghe Affy ed io con gli altri ufficiali discutevamo sull’avvenire dell’Italia, si discuteva con accanimento, con impegno e con preoccupazione, con ansia timorosa, le sorti della guerra erano già dolorosamente chiare”.

Raccolgo tutto il coraggio per guardarlo fisso nei suoi occhi acquosi, di un celeste pallido. Fissa un punto remoto, indecifrabile e lontano, parla come a se stesso.

“…  tanto tempo passato a chiacchierare era per buona parte occupato dalle recriminazioni contro il vitto e contro il freddo, contro tutto e contro tutti, per tante cose e per tutte le cose. Tutti abbiamo litigato Affy, a ragione qualche volta, senza una ragione il più delle volte”.

Mi si muove qualcosa in fondo allo stomaco, una cosa informe che sta per salirmi fino in gola.

“… eravamo nervosi e irascibili, incrudeliti. Eravamo diventati così, ci avevano fatti diventare così le peripezie della guerra e della prigionia, le armi e il filo spinato. Ma poi salvo qualche caso e qualche carattere particolare un po’ rugginoso, si tornava ad essere buoni amici come prima, era solo uno stato d’animo del momento” .

No, non devo piangere ma se non voglio piangere allora non devo aprire bocca. Devo limitarmi a far cenno di sì, con la testa.

“… ormai era marzo inoltrato e lo stormire del vento tra gli alberi sembrava un sussurro, un richiamo di invito alla primavera Affy. Nei momenti di riposo offrivo il mio viso al sole  e mi spalmavo di neve affinchè i raggi mi abbronzassero meglio, al mio rimpatrio volevo essere bello per Maria”.

Fa molto freddo e il freddo comincia a darmi una sensazione di dolore, continuo a restare zitta però. Annuisco solamente.

“… ci fu la notizia della partenza. Avevano levato i pagliericci e stavamo lì ad indolenzirci le membra sulle tavole nude, ormai eravamo uomini deboli, larve di noi stessi disabituati a tutto, altro che addio torri merlate e monti sorgenti dalle acque di manzoniana memoria. Aspettavamo tutti un treno Affy, aspettavamo tutti lo stridulo fischio della locomotiva, aspettavamo tutti almeno un convoglio di carri bestiame”.

La sua voce diventa una lirica struggente, quasi un lamento.

“… il treno adesso deve correre Affy, puntare verso l’Italia, verso Maria che è tutta la mia vita. E’ questo il treno vero? dimmi, è questo il treno Affy?”.

I miei occhi galleggiano dentro le lacrime, faccio fatica a deglutire. No, vorrei gridargli, non è questo il treno che ti porterà da Maria, questo treno è finito Giovanni, non camminerà più, è a fine binario, ha concluso la sua corsa. Ma faccio cenno di sì, rassicurante e indulgente guardo con  dolore e compassione un uomo preparato alla triste solitudine della vita.

“Sì, è proprio questo il treno Giovanni”.

Lui sorride come un bimbo pieno di gioia, con il volto della primavera, per un tempo che mi sembra infinito.

Poi …

” … Affy mi abbracceresti adesso?”

Penso agli occhi di Maria splendenti alla pallida luce della luna, c’è qualcosa che mi serra la gola, qualche cosa che m’impedisce di rispondere.

E allora l’abbraccio forte.

Un abbraccio stretto quasi violento a portargli via l’orrore della guerra.

Poi lo lascio andare dentro un treno incontro a Maria, alla triste solitudine della sua vita.

Il treno sembra inghiottito dalla notte ma resta fermo sul binario.

A fine binario.

Che senza una ragione ha scritto oggi la parola fine.20140104_130058

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58 thoughts on “Dannatamente a fine binario

  1. Cara Affy, hai scritto un racconto stupendo, mi hai lasciato senza parole… ti dico solo che anche i miei occhi si sono riempiti di lacrime, mi hai dato un’emozione fortissima. Hai davvero un cuore sensibile… sei una persona speciale! Un forte abbraccio 🙂

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    • Cara Laura grazie come sempre per il tuo giudizio affettuoso. 🙂
      Ogni tanto ricordando le parole e leggendo i tanti diari che mi ha lasciato mio Nonno mi emoziono al punto che mi vien voglia di scrivere come se parlassi a lui, viaggiassi con la memoria insieme con lui.
      Parlando un po’ con il cuore, ecco. 🙂
      Buona domenica Lauretta cara, un abbraccio 😉

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  2. Cara Affy, è sempre un piacere leggerti… Questa volta hai portato nel mio cuore la tristezza per la condizione di quel pover’uomo, e le lacrime per aver letto una storia così bella, ma anche così triste, come lo sono tutte quelle storie che hanno la guerra come sfondo.
    Grazie per tutte le emozioni che mi regali ogni volta!
    Buona domenica.
    Un abbraccio e un sorriso. 🙂

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    • Giovanni è un bellissimo nome che ho sempre associato ai girasoli per quel loro gambo solido 😉
      Ho scritto questo articolo in un momento un po’ così, attraverso ricordi che si affacciano alla mia mente e che nessun tempo potrà portarmi via. Sono contenta che ti sia piaciuto.
      Ti stringo anch’io forte forte augurandoti una buona domenica. 😉
      Affy

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  3. Un bel racconto, molto commovente. Il treno mi ricorda quando facevo il servizio militare, la stanchezza per le lunghe ore passate in piedi, con il viso davanti al finestrino aperto così che il vento gelido mi tenesse sveglio, diciannove ore interminabili di viaggio per qualche giorno di licenza. Diciannove ore in piedi, in solitudine, a pensare, con la voglia di scendere alla prima stazione e sparire, sparire nel nulla, ma poi ritrovarsi finalmente a casa, riabbracciare per pochi momenti gli amici, la famiglia, sapendo che mi aspettavano ancora diciannove ore di viaggio per ritornare in caserma e poi mesi e mesi a fare cose inutili, a sopportare notti passate col fucile in mano a fare la guardia (manco fossi un cane),
    cucine piene di scarafaggi e bagni da pulire, brande scomode, cibo schifoso e tutto questo senza una ragione. Il treno mi ricorda anche una bellissima canzone di Cocciante

    Un abbraccio cara Affy.

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    • Oh che bel commentone mi hai lasciato Antonio, sai che io adoro leggere! 😆 Sai che leggo anche il bugiardino dei medicinali dall’a alla z senza capire nulla dall’a alla z? 😳 Che poi mi dico: “Affy che leggi a fare la composizione chimica? Non capisci una cippalippa di formule … ma intanto lo faccio ugualmente!” 🙄 Non è un ricordo piacevole per te il treno, 😦 lo capisco e poi diciannove ore in piedi stenderebbero anche un cavallo! Coraggio è acqua passata, ormai il militare l’hai fatto, il servizio è stato brillantemente espletato … sono io che sono rimasta con questo treno che poi se uno mi chiedesse adesso “perchè l’hai chiamato a fine binario?” io risponderei ” ma non l’hai capito che non lo so mica manovrare …”. 😆
      Bellissima la canzone di Cocciante, bellissima … 🙄
      Un abbraccione

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  4. Sei una tra le più belle persone che circolano in rete.Hai una dolcezza che mescoli ai contenuti che mi fa impazzire ogni volta che ti leggo. semplicemente stupenda.
    grazie affi per regalarmi tutto questo.

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    • Leggi qui:
      “Ma tu chi sei?
      Ci credi che non lo so dire?
      Un angelo disteso al sole
      che è caduto qua,
      nuda verità
      e fa l’ amore anche l’anima!
      Ma tu chi sei?
      Il cielo ti ha lasciato andare!
      un angelo disteso al sole
      la natura che
      si manifesta in te
      e in tutto quello che tu sfiori” … 😉
      ecco … Amerigo grazie 😳 io non ho parole e me le sono fatte prestare da Eros 😆
      Un abbraccio
      Affy

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  5. Dannatamente giusto. Brava ..un pensiero nel passato ad abbracciare i brutti momenti vissuti dai nostri cari. Un tuffo nella memoria raccontata e per noi …incredibile. Fa male al cuore, ma la descrizione di quegli “occhi acquosi di un celeste pallido ” mi ha dato una sensazione di calore di amore di nostalgia…ed ho sentito il respiro del mio babbo ,adorato, dei miei nonni, che hanno fatto 2 guerre ..e delle donne che attendevano con gli occhi lucidi, ma pieni di speranza ..
    Grazie per averci fatto ricordare…il ricordo è necessario per noi e per chi non c’è più.
    Un bacio

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  6. dell’inutilità della guerra
    della tristezza della guerra
    della crudeltà della guerra
    della bellezza dei sentimenti che splendono sopra ogni guezza
    della dolcezza di una che scrive come te…non a fine binario ma sopra un treno che corre incontro all’emozione

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    • Grazie 🙂 la canzone l’ho ri_ascoltata ed è molto bella.
      Alla nostra età non pensiamo alla guerra, le città sedimentano e ricoprono la loro storia. Leggo spesso i diari lasciati da mio nonno che la guerra l’ha davvero vissuta. Leggo nomi stranieri in una lingua per me incomprensibile. Mi è capitato di inciampare nel nome di un ragazzo, il mio stesso nome al maschile e quel diario si è fatto carne e non importa se è carne nemica. Era un ragazzo come sono io, con il mio stesso nome, morto ragazzo e sepolto lontano. Leggo la sua data e calcolo la gioventù. Pazzesco riesco a sentirmi una sopravvissuta. 😦
      Nessun colpevole ritardo, tranquillo, è un treno fermo alla stazione con le porte aperte come fosse una panchina in un parco pubblico dove ti fermi per leggere un libro o il giornale. Se non c’è troppo vento. 😉
      Buona Domenica 😉

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  7. Pingback: Very inspiring blogger award | Affy

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