L’elmetto militare

Ai bordi della casa rossa che fiancheggia la strada c’è una grossa siepe. In mezzo all’erba sono fioriti i ranuncoli e sul cancello di ferro la bandiera italiana ondeggia molle al passaggio di un’utilitaria. Un manifesto attaccato precariamente al palo della luce ricorda che oggi è la “Festa della Liberazione”. Mi chino per non urtare il filo dove c’è appeso un telo bianco, per terra alcuni pinoli anneriti.

La piazza centrale del paese è come sempre affollata di voci e passanti, un percorso di cartelli, c’è il bar e la chiesa, una vespa arrugginita relitto dei tempi andati giace abbandonata dietro il campanile. Nonostante l’imponente caserma dei carabinieri qui sembrano governare altre leggi, è spazio libero che non è mare e non è terra, è odore di pescheria e di caffè che si consumano insieme.

E oggi, venticinque aprile, in questa piazza centrale in occasione della Festa della Liberazione nelle ore leggere della sera si tiene la fiera dell’antiquariato. Cammino dentro spazi ordinatamente occupati tra piccole e grandi storie. Su un manichino una ragazza sistema il colletto di una camicia verde militare resa opaca dalla salsedine. Cambio di destino e di destinazione. Un uomo sopra uno scampolo di stoffa bianca ha radunato per terra piccoli oggetti d’epoca e di guerra sedimentati da un tempo che ha ricoperto la loro storia.

Lascio i miei occhi pieni di quel colore verde militare farsi sottili, pronti a cogliere impercettibili particolari che durano lo spazio di un attimo, con la coda pescano nel profondo della memoria, confrontano quello che oggi si vede con quello che ieri si è letto perchè è solo con la coda dell’occhio che si tocca davvero nel profondo, nel nostro spazio più intimo.

E proprio nel profondo quando l’Italia ufficiale ricorda con cerimonie più o meno solenni la propria storia, io vado a rispolverare con la memoria il vecchio piumetto del nonno. E le piume mi parlano con quel loro fruscio, sono voce di un fiume che corre ininterrotto sotto i ponti della storia, congiungendo data con data, avvenimento con avvenimento. Capita a volte che la vita di un uomo, per singolari coincidenze, divenga simbolica. Mio nonno era un fante di carriera che formò una famiglia proprio mentre l’Italia si apprestava ad entrare in guerra cosicchè la storia di quella famiglia finì per evolversi in relazione diretta con la storia dell’Italia. Ufficiale di Fanteria combattè giorno per giorno, trincea dopo trincea, reticolato dopo reticolato. Lasciò su quelle terre sconvolte un pò del proprio sangue, il timore della morte, il suo migliore amico. Vi raccattò qualche medaglia. Ne parlava raramente ma in certi suoi cassetti custodiva piccoli ricordi: fotografie ingiallite dal tempo, paginette di un diario, appunti di vita. Ed io bambina a volte vi frugavo dentro e poi gliene chiedevo conto. Allora qualche volta mi raccontava, durante le nostre passeggiate solitarie, un po’ della sua vita. Narrava a mezza voce e attorno a me la penombra si popolava di uomini in grigioverde che si muovevano tra esplosioni, attraverso episodi minimi e gesta enormi, con onore, compiendo un dovere, servendo la Patria, dimostrando valore.

Sulla sua giubba erano allineati i nastrini multicolori dove brillavano piccole stelle, mi spiegava i significati. Così imparavo la storia della guerra, la imparavo come una vicenda familiare, come fatto che mi riguardava da vicino, personalmente. E quando incontravo quel fatto sui libri scolastici ricorrevo a lui perchè me ne ampliasse la cronaca ed il significato. Ed ecco che le date, i nomi, le battaglie elencate dal testo scolastico diventavano nella mia mente trincee e combattimenti, retrovie di fondo valle e reticolati di prima linea, teorie di uomini in divisa, soldati ricurvi a scrivere a casa con un mozzicone di matita, bagliori di razzi che nella notte scendevano ad illuminare la terra smozzicata e gli uomini appiattiti su di essa. Uomini che diventavano vita e morte, carne e sangue, coraggio e paura, tristezza e gioia.

Il giorno del suo funerale vicino alla bara mio padre aveva messo un cuscino con il suo berretto e le sue medaglie ed io sentivo su di me la responsabilità di quel berretto e di quelle medaglie. Accompagnavo sì un nonno ma accompagnavo soprattutto un soldato.

Per questo oggi mi commuovono quegli elmetti militari grigioverdi che vedo sistemati con attenta precisione e che ricordano i periodi della guerra con le sue troppe mutilazioni. Luccicano in perfette file come soldati disciplinati sotto le luci e in ogni elmetto io vedo un giovane partito per uno sconosciuto destino che ha stroncato la sua giovinezza. Con un rapido conto di date, le loro e la mia, penso che sono appartenuti a ragazzi che non hanno potuto avvicinarsi ai miei anni ed io mi sento una sopravvissuta fortunata che ha in mano ancora la propria vita. Credo che la guerra al di là di ogni ideologia sia stata proprio una truffa nei confronti di quei ragazzi, quella splendida gioventù.

Compro dall’uomo un elmo militare. Ci guardiamo senza parlare dentro il silenzio che è sceso su di noi, in mezzo a una folla che si fa via via più pressante. E con la coda dell’occhio che tocca nel profondo immagino mio nonno in divisa militare sulla banchina della stazione salire sulla tradotta, affacciarsi e dal finestrino farmi un gesto di saluto con la mano e in un attimo riudire nell’anima a mezza voce tutti i suoi racconti descritti così bene sui mari, sulle sabbie africane e sulle steppe russe. Noi due indivisibili, egli per quanto mi aveva insegnato, io per quanto avevo eseguito.

Stringo più forte l’elmo quasi ad abbracciarlo. E so che ne avrò cura.

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77 thoughts on “L’elmetto militare

  1. Mi sono commossa leggendo tra le righe di questi ricordi che vivono dentro il tuo cuore… Ed ho riletto più volte quello che hai scritto, perché mi è parso di sentirti raccontarlo con emozione… Sono sicura che quell’elmetto sarà custodito con estrema cura… Ti abbraccio mia cara Affy… :-*

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  2. Bellissimo racconto: di un passato che i nostr nonni hanno vissuto; di un passato che noi non abbiamo vissuto, ma che continueremo a portare nel cuore…. Ti abbraccio Affy! 🙂

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  3. Toccante, come sempre d’altronde. Sembrerà, per molti giovani, di sentire parlare di preistoria eppure è storia dietro l’angolo, sono racconti sussurrati, tramandati con minuzia di particolari dalle mani nodose di tuo nonno a quelle tue, giovani e capaci di inciderne l’emozione fra il bianco e in nero di un foglio digitale…. e che vanno portati avanti questi racconti…per non dimenticare. Quegli elmetti devono sempre luccicare…fiori strappati in campi di papaveri sconsacrati dalla violenza.

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  4. Tenero, pieno di riconoscenza, affetto e dignità il tuo ricordo del nonno soldato e attraverso di lui un ricordo sentito col cuore a tutti i nonni che hanno avuto la giovinezza spezzata dalla guerra e a quelli che non fecero più ritorno dal fronte. Sono con te in questo tuo pensiero. Un abbraccio grande cara Affy.

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  5. Mio padre,torno’dalla Russia con le dita dei piedi congelati,fu’aiutato da una famiglia russa,e la strada del ritorno fu’lunga e sofferta..anche in Affrica dove mancavano armi e cibo e le pallottole che gli fischiavano intorno mentre gli amici morivano intorno a lui.Quanti racconti …si e fatto tutti gli anni della guerra..posso scrivere un libro.Un abbraccio grande.Caterina

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  6. Affy ogni volta che leggo un tuo racconto mi sento rabbrividire. Hai il potere di entrare nel cuore delle persone. Io, sicuramente, un po’ più grande di te non ricordo i racconti di un nonno, ma quelli di un padre che in giovanissima età ha visto una pioggia di bombe intorno a sé e nascosto sotto un carretto si è ritrovato vivo per miracolo.Tutto intorno a sé era sangue e morte. Adesso quel padre dei racconti è svanito, ho un padre ottantasettenne che non pensa più ai tremendi giorni della guerra ma pensa a godere di questo pugno di anni che la vita può ancora offrirgli. Un abbraccio sempre affettuoso Bea

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  7. Cara Affy è doveroso non dimenticare…anche mio nonno Cavaliere in quegli anni, ne parlava poco e niente ed io bambina curiosa gli chiedevo continuamente di tutte quelle medaglie e riconoscimenti…. quanto siamo fortunate ad avere una memoria così importante! Un grande abbraccio Dolce Amica😚

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  8. Mi hai commosso. Sei così brava nel tuo scrivere…E questo pezzo mi piace anche perchè non appartiene alla solita retorica di rievocazioni legate più al giorno che a storie vere. Grazie per la magia che traspare da ogni tua parola. Un abbraccio. Isabella

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  9. Tanta tenerezza e un brivido…quando gli oggetti ci parlano e ri-parlano delle persone care.
    Mi è venuto in mente a quanti sono mancati anche gli oggetti.

    Storie di vite, di dignità di amor patrio..di sacrifici in nome di una costruzione di vita migliore.

    Un abbraccio e un ringraziamento per la condivisione di questa “intimità” personale

    ciao
    .marta

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    • Sai Silva mio nonno durante l’infanzia mi raccontava la storia come fosse una favola e a me sembrava fosse addirittura una “bella favola” nell’incoscienza dei miei pochi anni. Aveva spesso gli occhi lucidi ma sorrideva, dava la colpa al tabacco per quel groppo in gola che a volte gli prendeva …
      Buona domenica, un forte abbraccio 🙂

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    • Io ti ringrazio Liù. 🙂
      Sono passata da te ed ho letto le incomprensioni che ci sono state. Sei una donna di pancia (e di cuore) e ricevere quello che a te è sembrato un torto ti fa star male. Il torto però bisogna farlo decantare per capirlo in pieno, non c’è mai una ragione tutta da un lato come non c’è mai un torto tutto dall’altro.
      Agire d’impulso, preda di un nervosismo interiore, non ci permette di cogliere il lato obiettivo delle cose. Accettare gli altri con i loro difetti e le loro diversità fa bene soprattutto a noi stessi e credimi, ci rende persone migliori.
      Sbagliamo tutti Liù ed ho sbagliato tanto anch’io. Se sbagliare però è umano, ammettere i propri errori diventa onesto. Tornassi indietro cancellerei diverse pagine della mia vita perchè mi fanno star male e te lo dico con il cuore.
      Ognuno nella tua storia ha credute valide le proprie ragioni e le ha difese con impulsività, a tratti esagerando con sterili cavilli giuridici, a tratti cancellando l’altrui nome quasi a voler rendere pariglia.
      Prova invece a sorridere per l’accaduto e per la fragilità di noi esseri umani.
      Un abbraccio grande ma proprio grande 🙂
      Affy

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      • Non ho cancellato nessuno ,ho solo tolto i link dalla colonna,ma c’è chi ha creduto il contrario e si è affrettato a cancellarmi,detto tra noi non me ne può fregar di meno ,ma serve a vedere di che pasta è fatta certa gente!

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        • … e hai fatto bene!
          Lascia che appartenga ad altri il compito di comportamenti miserrimi, peccato per chi striscia incapace di volare 😦
          E torna a scrivere, qualunque cosa fosse pure la pubblicazione di una barzelletta, una minima recensione del più piccolo libricino … io ho bisogno di leggerti! 😉
          un abbraccio con un sorriso grande, anzi dippiù….

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  10. Anche io avevo un prozio della famiglia di mio padre che aveva fatto la campagna di Russia, uno dei privilegiati che hanno fatto ritorno (se non ricordo male 6000 su 50000 o roba del genere).
    Lui non raccontava molto volentieri e non sopportava più nulla, nè il 25 aprile, nè l’Inno di Mameli, niente di niente. Credo che quello che ha visto lo portasse a detestare qualsiasi cosa sapesse anche vagamente di celebrazione e penso che la guerra anche se vinta gli avesse tolto la voglia di festeggiare alcunchè per il resto dei suoi giorni. Ho provato a immaginare che cosa deve essere stato camminare migliaia di chilometri nella neve e vedere uno dopo l’altro tutti i commilitoni morire come mosche, forse sarei diventato come lui.

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    • Capisco perfettamente il tuo pensiero peraltro condivisibile.
      E’ difficile raccontare gli orrori di una guerra soprattutto se l’hai combattuta e nulla importa se vinta o persa. Una guerra resta tale da vincitori o vinti.
      Grazie per il tuo passaggio, mi ha fatto piacere 🙂
      un caro saluto

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    • Salve a Te Cornelio, benvenuto o forse dovrei dire bentornato?
      In tre cambiarono di posto e voglia perdonarmi il cielo se m’inganno.Testimonianze di un passato. Ti descrivi figlio di un vasaio, penna acuta senz’altro anche se non son chiare le cause che ti portarono a mutare il tuo nome in quello attuale. Mi astengo da inutili commenti che sarebbero privi di sostanza e faccio come altri buon viso ad una malasorte per nulla figurata.
      Considerami un ingenuo viandante senza alcuna pretesa di vedere cose nuove, di compensare le perdite subite e per conto mio inattese.
      Un abbraccio sincero 😉
      Un’umana Affy che mal si piega ai pazzoidi giochi della rete 😆

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  11. Ciao Affy
    Rimango colpito ogni volta che leggo un tuo scritto.
    Ti lascio una poesia di zia Alda, recita:
    Mi piace il verbo sentire..
    Sentire il rumore del mare, sentirne l’odore.
    Sentire il suono della pioggia che ti bagna le labbra,
    sentire una penna che traccia sentimenti su un foglio bianco.
    Sentire l’odore di chi ami, sentirne la voce e sentirlo col cuore.
    Sentire è il verbo delle emozioni, ci si sdraia sulla schiena del mondo e si sente… (Alda Merini)

    Cordialità Edo

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  12. Molto bello quello che leggo.
    Nella mia mente risuonano le parole di un papà davvero troppo piccolo per poter affrontare tutto questo.
    Ma ce l’ha fatta e io ho la fortuna di averlo ancora accanto.
    Bacioni.
    Luna

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  13. finalmente un po’ di relax e ho potuto leggere in pace questo bellissimo articolo! sei troppo brava! dovresti scrivere un libro te l’ho già detto lo so ma lo penso veramente! la foto dell’elmetto è da pelle d’oca! un abbraccio dolce amica!

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  14. Ciao Affy. Con comodo-anzi, da solo..ecco perche’ ho assaporato tutto molto bene,- l’ho lettto.
    A parte la battuta “fra linette” del “con comodo-dno, a solo..-, ho assaporato tutto perche’, nel raccontare..mi hai preso per mano. “Attento, rileggiti bene questo.” “bada bene a quando leggerai “con la coda dell’occhio”, “nota le mie descrizioni, esse ti portano dentro al racconto, e ti fanno proprio vedere le trincee, “mio nonno”, “le storie che si intrecciano” e che leggendo non vorresti turbare”. Si’, quasi come un viaggiatore del tempo che sa che, trovandosi nel passato, non deve toccare niente “per non cambiare la storia futura”. “Storie che si intrecciano”, quelle di tuo nonno e di mio padre. Entrambi soldati, ma soprattutto entrambi uomini che hanno conosciuto le costrizioni e le restrizioni della “morsa della vita”, specie in quella fase detta “vita militare” o “guerre”. Storie che si intrecciano, quelle dei padri. Storie che si intrecciano, quelle dei figli. Tutto questo per scriverti…brava. Affy 🙂
    Ciao.

    Marghian

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