Certe volte …

Certe volte scrivere è facile, certe volte lo è meno.

Il 1 marzo 2012 leggendo il tuo blog ero rimasta colpita da quel racconto così vicino alla mia vita e di getto avevo lasciato un commento. Galeotta fu Erzecovina.

In oltre cinque anni avevamo scoperto di avere diverse cose in comune.

Ricordi? Avevamo la stessa voglia di crederci sempre anche quando la vita si dimostrava disturbante perché, ci dicevamo, non bisogna mai perdere la speranza, sopravvivere si può.

E’ tuo l’ultimo commento al post “Per te” dedicato nel mese di maggio a mio padre ed ancora oggi non ci voglio e non ci posso credere. Cerco di far finta che non sia vero.

In una sera di agosto ti sei immerso in un luogo e in uno spazio senza frastuono.

Sono finite le nostre interminabili telefonate, le nostre lunghe lettere.

Cerco di trattenere in silenzio un’altra lacrima.

Inutilmente.

Ciao    Arthur

 

Per te

Oggi ho rosicchiato al lavoro un po’ di tempo.

Lungo il tragitto da casa verso te penso a questa relazione a distanza che manteniamo, una traccia d’intimità fatta di ore che contengono una minuscola scheggia di felicità. La felicità non è peccato.

Mi piace raccontarti di me e di quello che c’è intorno a te.

Alcuni giorni fa qui, in questo posto calmo dove la vita scorre a ritmo lento, è arrivato un ragazzo. Oggi c’è una scritta a ricordarlo:

“Zitto zitto così me ne sono andato per via di una manaccia scellerata

che con una botta sola mi ha freddato, togliendomi il gusto della vita.

Ma non rimpiango tanto d’esser morto, lasciare questo mondo avido di pane,

quanto non mi perdono, a giusto o torto, di essere stato ammazzato come un cane”.

Ci sono storie che entrano nella memoria e non ne escono più. Fanno rintoccare paure che ci portiamo dentro alimentate anche da certe favole oscure che un tempo si raccontavano ai piccoli dove si narra di adulti cattivi da cui loro devono imparare a difendersi.

Seduta su un masso di pietra ti guardo fisso negli occhi. Occhi che sorridono come gli angoli della tua bocca. Conosco bene quello sguardo che mi regala una sensazione rassicurante capace di raddrizzare le idee contorte dando una sana scossa a quelle pigre. Ho una mappa interiore segnata dai confini dei vecchi punti di riferimento che non ho mai accantonato e tu, giocoliere fuoriclasse, riesci a tenere tutto in equilibrio.

E’ una conversazione silenziosa la nostra ma attraverso parole mute ho la capacità di imparare ancora qualcosa da te. Ci sono ricordi che emergono dall’oscurità della memoria che sembra di poterli nuovamente incontrare ma poi scivolano sparendo nell’oblio. Qualcuno però rimane a galla, sbilanciato a tuo favore.

A vivere si imparano un sacco di cose, il bello poi è raccontarle agli altri. Chissà se lo sai che in città stanno scomparendo le fontanelle e i gabinetti pubblici non ci sono già più.

In una canzone di Fabrizio De Andrè c’è un strofa che dice:

“Ninetta mia crepare di Maggio ci vuole tanto, troppo coraggio.

Ninetta bella, dritto all’inferno, avrei preferito andarci in inverno”.

Ecco perché oggi sono qui un po’ arrabbiata con te Papà che in un giorno di maggio hai lasciato per sempre la mia mano …

Affy

 

Che vita da … Donald!

Ciao,

sono ancora piccolino ma voglio ringraziarvi tutti per l’affetto che mi state dimostrando. 

La mia mamma non si sta prendendo troppa cura di me, mi lascia spesso solo e senza il suo calore.

Eppure, come potete vedere, sto benone. Mangio, bevo e mi diverto a giocare con Affy.

Stamattina, appena mi sono svegliato ero solo ed ho cercato di buttarmi giù dal vaso per richiamare l’attenzione di Affy ma poichè tardava ad arrivare ho iniziato a sbatacchiare forte le mie piccole ali. Lei è corsa da me e mi ha tenuto nella sua mano, al calduccio.

Per farmi dimenticare la continua assenza di mia madre  ha sistemato un carretto siciliano dentro il vaso ed io mi sono accomodato dentro il calesse. Come stavo bene così, io e lei, qualche minuto in panciolle in mezzo a tutti quei colori!

Mi ha lasciato anche un telefono così stanotte se ho paura la chiamo!

Un piccolo bacino ad ognuno di voi.

Ciao dal vostro Donald                           🙂

(cliccando sulle immagini mi vedrete meglio)

Martedì grasso ma non per tutti

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Ieri sera tra amici abbiamo festeggiato Carnevale.

Una grande abbuffata che è terminata con le classiche frappe fritte, castagnole fritte, ravioli fritti, frittelle fritte.

E, per me,  notte in bianco.

Questa mattina è presto, troppo presto. Prima di salire in ufficio faccio un giro al supermercato. L’insegna recita: “Il tuo market”, ma è solo una strategia d’attacco. In realtà è poco più che una grande bottega ma ha un’insegna vintage come quelle cose che durano nel tempo e che oggi sono spesso oggetto di scambio nei mercatini di antiquariato.

E’ al reparto della frutta che la vedo. E’ chiusa nel suo cappottino, un turbante di lana a raccogliere la bianca chioma. Si leva un guanto e conta poche monetine racchiuse nel palmo della mano destra. Sono di fronte a lei e lo sguardo mi cade su quella mano aperta, su quei pochi soldi che non arrivano neppure a due euro. Smarrita si guarda intorno e posa su una cassetta una busta bianca che contiene fette biscottate, marmellata e latte. Trattiene nelle mani soltanto due mele e un’arancia, la sua scelta d’acquisto.

Conosco il personale del supermercato e Sara è perspicace nell’incontrare il mio sguardo ed a capire la situazione. Rapida batte lo scontrino con la spesa abbandonata che le porgo. Vado fuori ad aspettare la signora e quando è a pochi passi da me le consegno il sacchetto.

Mi guarda sorpresa, imbarazzata.

Io non trovo le parole.

Le chiedo solo scusa.

far domande è un gioco dei bambini

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La figlia di una mia collega è una bimbetta curiosa. All’arrivo ti tempesta di baci salvo poi rifilarti in volata,  quando meno te l’aspetti, una domanda apparentemente innocua.

Prende fiato, mi guarda e …

“… ma tu zia Affy sei sempre calma?”

Ed io mi sento come quando il computer non parte. Poi gli assesti un colpo, un piccolo colpo di lato e il monitor si accende.

Guardo la piccola e penso a tutti i tentativi striduli per ritagliarmi un modello di persona calma. Tentativi naturalmente sconfitti che hanno lasciato il tempo ad una irritazione con la quale convivo in un equilibrio che mi rifiuto di spezzare.

Prendo fiato anch’io ed inizio ad elencarle tutte le piccole cose quotidiane che mi irritano:

  • mi irritano le persone arroganti e superficiali
  • mi irritano le persone che pretendono di entrare nei vagoni del treno o della metro prima di far scendere gli altri viaggiatori
  • mi irritano le persone che come avvoltoi te le ritrovi dietro al tavolo di un ristorante in attesa del posto che stai ancora occupando
  • mi irritano le persone che da un call center ad ogni ora,  nei momenti meno opportuni, ti chiamano per proporti un’offerta o sollecitare acquisti non richiesti
  • mi irritano le persone che amano alla follia gli animali ma pur possedendone non provvedono a raccogliere i loro bisogni
  • mi irritano le persone che all’interno di un supermercato conversano con persone occasionali al centro della corsia formando un’inutile fila
  • mi irritano quelli che dal finestrino dell’auto sputano
  • mi irrita chi nel parcheggiare occupa due spazi
  • mi irritano le persone che salgono su bus e metro nelle ore di punta con lo zaino sulle spalle e si muovono come cavalli
  • mi irritano quelli che vogliono venderti rose o collanine non richieste
  • mi irritano le persone che cercano a tutti i costi di apparire naturali perchè di se stesse accettano ben poco, persone leggere come filo di vento che non si sa da dove arriva e dove va.
  • mi irritano …

La bimbetta curiosa interrompe il mio elenco, fa volteggiare nell’aria un mestolo con la stessa maestrìa di chi fa della cucina un luogo di pensiero ed io la imprigiono dentro il mio abbraccio.

Mi guarda con aria furba e mi tempesta di baci.

Prende nuovamente fiato.

Ci siamo.

Un’altra domanda apparentemente innocua è già sospesa nell’aria …       🙂

Non si vede bene che col cuore

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Avrei voluto averti ancora per continuare incursioni dentro mondi diversi. Ricordi?  il nostro modo di essere non ha vissuto le trasformazioni  della tecnologia perché nel tempo è stato capace di smuovere emozioni vere, reali.

Tra noi una sottotraccia comune dove tu eri il talento pieno di passioni ed io una semplice apprendista. Imperfezioni capaci  di regalarci attimi di felicità.

Ancora oggi, ad un anno di distanza, mentre cammino con le mie debolezze torno spesso da te nella tua casa virtuale per ritrovare l’incanto di una fiaba, l’energia e il coraggio, l’idea che da qualche parte ci sia una persona che è la risposta a tutto.

C’è una panchina vuota nell’immagine ma non importa … “non si vede bene che col cuore, l’essenziale è invisibile agli occhi”.

Dal mio cuore tu non sei mai andata via.

Ciao Silva   

… e ancora “Amicizia” – “Tag d’Arte” –

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Apprezzo molto il gesto dell’amica Carla che attraverso un tag accarezza un tema importante, quello dell’Amicizia. L’Amicizia è un dono. Non ho dimenticato le volte che ho ritirato quel dono con imbarazzo ritenendolo immeritato e altre volte quando l’ho invece accettato con eterna gratitudine.

Regole:
Utilizza il logo
Menziona chi lo ha creato ( https://ladimoradelpensiero.wordpress.com ) e ringrazia chi ti nomina
Coinvolgi una persona amica
Rispondi alle 10 domande
Nomina 10 bloggers e avvisali della nomination

E proprio perché si parla di amicizia mi è piaciuta la sua idea di coinvolgere una persona amica per una partecipazione all’unisono.

Con me partecipa Fotograffio, valido pilastro sempre presente dietro le quinte del blog.

Domande e risposte:

1 – Quando e dove vi siete conosciute/i?
Affy: Lavoriamo nella stessa Azienda.

Fotograffio: Lo ha detto lei, lavoriamo dentro la stessa baracca.

2 – Cosa ti ha colpito di lei/lui da farla/lo diventare tua/o Amica/o?
Affy: Le sue gesta non passano mai inosservate e poi è una persona molto simpatica, professionalmente preparata, brillante, disponibile.

Fotograffio: Con la sua predisposizione a stare vicina agli altri, oltre tutti i luoghi comuni, riesci a sentire Affy proprio vicina. E per stare vicina ad un orso come me, credetemi, ci vuole una marcia in più che non sia né una ridotta né la retromarcia.

3 – Da quanti anni dura la vostra amicizia?
Affy: La matematica è una materia che è sempre sfuggita dalla mia memoria, sono anni che ci sopportiamo con grande reciproco … coraggio.

Fotograffio: A me neppure di striscio la matematica mi ha sfiorato per cui non ricordando gli esordi posso affermare con certezza che la nostra amicizia durerà fino alla morte sopportandoci sempre con grande reciproco coraggio.

4 – Tre parole per sottolineare i suoi pregi.
Affy: Lui è un leader in ogni situazione, sempre presente ma in modo non ossessivo e sa risolvere in poco tempo un qualsiasi imprevisto.

Fotograffio: Lei è capace di galleggiare sopra ogni tempesta, prepara dolcetti da favola e poi è un’ottima “zia” naturale o acquisita.

5- Tre parole per sottolineare i suoi difetti.
Affy: E’ un fumatore, è un Ducatista-dipendente, legge solo libri tecnici, storici e riviste specializzate.

Fotograffio: Affy non ha il senso dell’orientamento per cui mai lasciarla entrare da sola in un centro commerciale perché non uscirà più da quella stessa porta. Quando per strada incontra un cane a passeggio con il legittimo proprietario, anche se è in ritardo, si ferma sempre per una carezza (al cane s’intende!). Tra la grappa e il limoncello preferisce … il limoncello, ma dico “come si può”?

6 – Racconta un aneddoto del passato.
Affy: In procinto di partire per il mare durante una pausa di lavoro Fotograffio si è recato in un negozio specializzato ed ha acquistato una maschera subacquea. Tornato in ufficio,  è andato in bagno, ha messo il tappo al lavandino, ha lasciato scorrere abbondante acqua ed ha provato la maschera con la faccia immersa nel lavabo per sincerarsi della sua perfetta tenuta. Preso dall’entusiasmo, ancora con indosso sul viso la maschera di colore giallo e il tubo nero, tutto gocciolante è entrato nella nostra stanza gridando “eureka, tiene che è una bellezza”. Nella stanza era presente un altezzoso Dirigente che ci stava illustrando la possibilità di dover partecipare ad un corso sul tema della comunicazione. Alla comparsa di Fotograffio ha ritenuto bene di sollevarci da quelle sedute constatando che sulla comunicazione non avevamo niente di nuovo da apprendere, comunicavamo perfettamente “senza parole”… è andato via che rideva come non lo avevamo mai visto!

Fotograffio: Sono amante delle due ruote e sono iscritto a un motoclub. Qualche tempo fa  ho invitato Affy a partecipare ad un motoraduno ben organizzato ma piuttosto lontano, lei non sapeva che tra i vari riconoscimenti sarebbe stata premiata anche la ragazza- passeggero con il maggior numero di chilometri percorsi tra la  città di partenza e l’arrivo nella città di destinazione e vedere la sua espressione imbarazzata e stupita nel ritirare il premio è un ricordo bellissimo che mi porto dietro.

7 – Attribuiscile/gli una dote che pensi possiedano poche persone.
Affy: E’ un grande appassionato di musica e con la chitarra sa intrattenere piacevolmente gli amici.

Fotograffio: Riesce a vedere un arcobaleno nella più cupa delle giornate.

8 – Che lavoro avrebbe voluto fare da grande?
Affy: Lo scansafatiche tipo “collaudatore di materassi” 24 ore su 24.

Fotograffio: La veterinaria. Ai bipedi non dedica molto tempo ma ai quattrozampe sì.

9 – Come si è evoluta la vostra amicizia?
Affy: Tanti momenti di mutuo soccorso dovuti a cause più disparate hanno cementato un’amicizia che è andata via via crescendo.

Fotograffio: A piccoli passi ma con grande determinazione. Sapevo di poter contare su di lei e lei non è mai venuta meno … alla mia conta!

10 – L’ultima volta che l’hai fatta/o ridere?
Affy: Quando gli ho ricordato di prendersi un nuovo costume-pantaloncino per il mare. Al precedente aveva tagliato la parte interna bianca traforata (e contenitiva) perché, a suo avviso, stringeva troppo! Il risultato si può immaginare …

Fotograffio: Ieri, ora di pranzo. Compro un bel cocco consigliatomi dal fruttivendolo all’angolo della piazza: “lo prenda che è bello dissetante”. Affy sceglie invece delle pesche succulente. Tornati in ufficio, rigiro il cocco tra le mani in attesa di un’ispirazione che mi suggerisca come aprirlo. Lo giro e lo rigiro, niente da fare, prenderei volentieri  la mira dalla finestra, cocco in mano, verso la frutteria. Affy sbuccia invece con grande tranquillità le percoche :“belle dissetanti ma soprattutto tenere, non come … ” dice sibillina, sottovoce, poi me ne porge diversi spicchi. E lo fa col suo modo di fare … sempre maledettamente … ridendo!

Grazie Carla  

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Apprezzo e ringrazio   Laura   che mi ha nominata per questo insolito tag:

LE REGOLE:

Usare l’immagine
ringraziare chi ti ha taggato
rispondere alla domanda
taggare chiunque tu voglia

LA DOMANDA:

In quale opera d’arte riconosci maggiormente te stesso/un tuo personaggio/un tuo amico?

In quale opera d’arte riconosco me stessa:  mi riconosco in questa opera di un pittore sconosciuto a tutti ma non a me. L’ho conosciuto tempo fa e tra una chiacchierata e l’altra gli ho raccontato della mia Sicilia, di un posto al mare al quale sono troppo affezionata. Un luogo che è arsura in un paradiso d’acqua. Gli ho descritto le casette che scendono a picco sul mare, le barchette a vela che sostano sull’acqua limpida, i gerani e i fichi d’india che adornano i vialetti e le ringhiere. Qualche giorno dopo mi ha regalato questo quadro che mi ha lasciata proprio senza parole, ha dipinto attraverso i miei occhi!

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In quale opera d’arte riconosco un mio personaggio … e chi meglio di lui? Veee …. che bellino!   🙂

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In quale opera d’arte riconosco un mio amico.

Un’opera d’arte? E chi si azzarda! Questo è un mio brutto disegno, lo ammetto, rappresenta indegnamente la “Fontana del Tritone” di Gian Lorenzo Bernini ed io idealmente lo dedico a Fotograffio in tutto il suo splendore … ora va a capire se è lui che non splende o io che non so disegnare!    🙂

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Grazie Laura!  

Nomino tutti i miei amici-blogger a partecipare, non sono proprio in grado di scegliere.

Un abbraccio grande grande da Affy    

Emozionami! Tag

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Ha creato proprio un bel Tag  Dora  ed io partecipo volentieri grazie alla nomination della mia amica Bea.

Ho conosciuto Bea un pò di tempo fa grazie al suo blog. Un blog ricco di spunti golosi che raccontano di cucina, di fantastici viaggi e di ineccepibile fotografia. In ogni post c’è un pezzetto della sua sensibilità, un frammento del suo quotidiano e per me è stato facile affezionarmi a quelle parole, condividere uno spazio distante che mi ha fatto sentire subito vicina a lei.

Mi sono commossa nel riconoscermi nella sua nomination e quel rospo in gola è tornato prepotente a farmi visita. Lo temevo e me l’aspettavo. Sento che sto perdendomi in questa cosa che ho dentro, mi accade ogni volta che penso a Silva, apprezzata in rete sia per la lodevole arte culinaria sia per quella gentilezza e fine eleganza con le quali sapeva presentare ogni ricetta accompagnandola da fotografie per facilitarne al meglio la realizzazione. Diceva “sbagliando s’impana” e tutto sembrava davvero facile, piatti che fino a un paio di anni fa guardavo estasiata sui libri di cucina si materializzavano come per incanto tra le mie mani sorprendendo chi, fino a quel momento e a ragion veduta, non avrebbe scommesso un solo centesimo sulle mie capacità ai fornelli. Lei mi sollecitava, mi spronava a crederci, ha reso possibile quello che non avrei mai sperato: riuscire a cucinare degli autentici manicaretti. Spesso le raccontavo compiaciuta dei miei progressi in cucina e sentivo vera gioia venirmi incontro dalle sue parole e poi quando qualcosa bruciava nei tegami ci ridevamo sopra con una complicità senza pari, io naturalmente sbagliavo ancora ma grazie alla sua inarrestabile fiducia tornavo di nuovo ad impanare. Questo fino ad un mese fa.

Regole del Tag :

  • Usare l’immagine sopra riportata
  • Far riferimento alla pagina Emozionami! Tag e nominare l’ideatrice del Tag Dora Buonfino
  • Citare chi vi ha nominato per il vostro articolo e specificare di quale articolo si tratta
  • Scegliere 10 articoli di 10 blogger che vi hanno regalato emozioni e spiegare perché
  • Avvertire i blogger che hanno scritto gli articoli

Adesso dovrei scegliere 10 articoli di 10 blogger che mi hanno regalato emozioni e spiegare perché …

Recito a memoria le parole di una famosa canzone di Battisti, “Emozioni”:

“sdraiarsi felice sopra l’erba ad ascoltare un sottile dispiacere”: non è poi così sottile il dispiacere che oggi mi attraversa, mi sento orfana di qualcosa, di quel filo che mi legava a te e che si è lacerato

domandarsi perchè quando cade la tristezza in fondo al cuore come la neve non fa rumore” : la tristezza che sento è lì ancor più fredda della neve stessa e ancor più grande di una voragine aperta all’improvviso e sento che sto per crollare un attimo prima che crollo per davvero.

“capire tu non puoi, tu chiamale se vuoi, emozioni”: le emozioni sono silenziose, non vanno né su né giù e come le lacrime sono capaci di restare sospese in equilibrio.

E ancora adesso nonostante quel filo lacerato, quella voragine aperta e il silenzio delle lacrime sei tu che mi regali emozioni nascoste fra le pagine di un libro o tra le righe profumate di ogni articolo del tuo blog. E non mi chiedo perchè.

Affy

Fmtech – Award Very nice blog

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Ringrazio di cuore ancora lei  Carla     per la nomination “fmtech” creata da http://www.fmtech.it/diario/fmtech-award/ .

E ringrazio per la stessa nomination anche  Maria.

E’ l’occasione per premiare con la coccarda i blog che si ritengono più interessanti e che si contraddistinguono fra quelli che frequentiamo o leggiamo e poterli così segnalare a nostra volta a coloro che ci seguono o ci leggono.

Un modo per ringraziare coloro che ci hanno trasmesso qualche emozione con i loro spazi, con i loro scritti, con i loro blog e quindi riconoscerne la bellezza non tanto legata all’aspetto di grafica ma di contenuto emozionale.

Carla mi ha nominata con la seguente motivazione:

“Perche Affy è Affy, una donna teneramente energica, capace di farti attraversare una lacrima e consolarti con una carezza invisibile.”

Maria mi ha nominata con la seguente motivazione:

Affy: L’ho conosciuta un po’ di tempo fa, la seguo perchè mi piacciono gli articoli che pubblica…

… ed io non posso che essere felice!    😀

Le regole sono semplici:

Utilizzare il logo, ringraziare, menzionare l’ideatore, esprimere, motivandole, 10 preferenze e avvisare i nominati.

Io vi “preferisco” tutti e quindi siete tutti nominati … e vi ho avvisati!   😉

E a tutti, uno per uno, lascio il mio abbraccio    ❤

Affy

Se solo fossi più grande

non mi perderei dietro sciocche lacrime per esprimere questo mio disagio.

Ti guarderei dritto negli occhi e ti racconterei tutto quello che adesso pulsa incontrollato nella mia testa.

Mi hai lasciato qui e nessuna parola riesce a consolare l’anima.20150531_170022-1

I sogni non hanno rispecchiato la realtà e tutto quello che volevo non è mai esistito, anche se ti penso, anche se mi manchi.

La scuola ieri è finita e la mamma questa mattina mi ha portato in ufficio dove sono i suoi amici più cari. Per le scale avrei voluto volare per raggiungere subito le braccia, le mani dei suoi colleghi che ogni volta sento calde tra le mie piccole dita.

Dicono che i bambini non capiscono le cose dei grandi ma io ho capito proprio tutto.

Mi hanno messo davanti al viso una coppa di gelato al gusto di nocciola come piace a me eppure vorrei farti sapere che in questo momento non ha proprio nessun sapore.

Ho chiesto a zia Affy di poter fare con la carta e i colori uno dei miei disegnini preferiti. Lo avrei fatto ancora una volta per te che sei, o forse dovrei dire che eri, il mio amico virtuale.

In silenzio ho tracciato i primi tratti un pochino sbilenchi perchè non so andare dritto, la manina trema per questo magone che mi porto dentro.

Lei sorridendo mi ha aiutato, ha corretto qua e là qualche imperfezione ed insieme lo abbiamo pure colorato.20141123_193430Avrei tanto voluto spedirtelo come abbiamo sempre fatto per sentire se davvero il tuo cuoricino resta in ascolto di me.

Quando però zia Affy mi ha guardato ho immediatamente capito che le briciole di felicità avevano lasciato il posto a una fetta di amarezza.

Il disegno se solo fossi stato più grande avrei saputo come fare per spedirtelo.

Posso però dirti che quando sento qualcuno dire che vorrebbe mollare e sparire senza far rumore, sgretolarsi come sabbia e disperdersi in tanti piccoli granelli portati via dal vento verso ignote méte … ecco anche se ho soltanto tre anni e un pezzetto io vorrei andare con lui per dimenticare tutto. E ricominciare da zero.

f.to “il tuo piccolo amico virtuale”

(i commenti sono chiusi, sono ancora piccolo per rispondere e per capire certe cose che fanno i grandi. Ciao a tutti)

Giornata dei “nasi rossi”

Il diciassette maggio è la “giornata dei nasi rossi”.

Tempo fa sfogliando un giornale avevo letto un articolo che spiegava l’importanza della clownterapia e mi era piaciuto lo slogan: “Se incontri qualcuno senza un sorriso regalagli uno dei tuoi”. E così nel pomeriggio piena di entusiasmo mi ero presentata nel luogo indicato, avevo riempito moduli, ascoltato discorsi e mi era arrivata la consapevolezza che stavo vivendo la mia vita usando filtri al punto da non riuscire a vedere più i colori di niente. Con un’équipe specializzata avevo partecipato ad un corso volontario sulla fiducia, la comunicazione, la sintonia e le emozioni. In quello spirito di partecipazione avevo ritrovato i miei colori ed i sorrisi.

Sorrisi da tenere, sorrisi da regalare.

Da alcuni anni con una pallina di spugna rossa appoggiata sul naso dedico qualche ora di tempo a persone che vivono dentro strutture socio-sanitarie. Non la considero un’attività vera e propria ma piuttosto un fine per donare speranza e gioia a chi vive in un contesto di emarginazione che confonde e assedia e dove al posto della memoria c’è soltanto un buio immenso.

Ieri mi sono ritrovata dentro una struttura tra persone di varie età. C’erano anziani con occhi stanchi e pelle fragile dove il minimo briciolo di aria portava loro freddo sulle spalle ma era presente quella voglia di stringere mani a qualsiasi distanza. E c’era giovantù disabile con occhi assenti che girava nelle stanze dentro un insensato apparente distacco. Due infermieri parlavano delle prossime vacanze davanti la macchinetta del caffè che gracchiava in un angolo mentre poco distanti da loro getti di vomito e pastiglie bianche aspettavano nessuno.

Altri clown del nostro gruppo dopo aver gonfiato palloncini colorati dalle forme più strane erano partiti con il gioco dei nomi. Ognuno ha un nome ma non tutti hanno la faccia del proprio nome e molte volte ti fai un’idea fisica di una persona che non sempre combacia con il nome che porta. Ed è venuto fuori che Fabio è un tipo alto, malinconico piuttosto incline al pessimismo. Patrizia è antipatica, piena di sé e sleale. Aurora è bassina, timida e con i capelli rossi. E Francesco, Attilio, Filomena, Ermanno …

Poi Giuseppe ha voluto raccontarmi la sua storia, io ho fatto cenno di sì e mi sono seduta sul letto accanto a lui. Noi due soli nella sua piccola stanza.

“Nove maggio millenovecentosettantotto Affy è la mia data di nascita”. Questa data me la porto addosso come un marchio del quale vergognarmi. Vergognarmi come se fosse stata colpa mia se Aldo Moro fosse morto. Un senso di colpa che mi perseguita perché l’inizio della mia vita è coinciso con la fine di un’altra. Se avessi visto le cose in maniera diversa, chissà, forse nemmeno mi troverei qui. Magari Affy adesso ci sarebbe anche un’altra persona malata come me”.

Guardo quel vecchietto tremebondo quasi ottantenne attaccato ad uno scampolo di vita, ha un lampo strano negli occhi e capisco che in questi momenti deve essere protetto e non sentirsi solo.

“Millenovecentosettantotto è un numero pari Giuseppe e a me piacciono i numeri pari perché sono lineari, trasmettono calore e sicurezza. In casa ho due divani perfettamente uguali, le cassettiere dei mobili hanno numero pari, tutto è sempre pari, c’è sempre quel uno–due, uno-due che per me è precisione nel suo stato più naturale. Non mi vergogno di questo e non mi sembra di complicarmi la vita. Il mio appagamento viene dai numeri pari perchè sono caldi e rassicuranti. Ora dimmi Giuseppe … quanti malati ci sono in questa stanza?”.

“Due Affy, siamo due malati originali … come lo sono i numeri pari”.

Nella stanza c’è odore di cloroformio, là fuori viavai di camici bianchi.

E Aldo … come te l’immagini?” chiedo a Giuseppe riprendendo il gioco che stanno facendo gli altri ragazzi clown.

Mentre mi risponde si appoggia su un gomito. E’ ancora una volta chiuso fuori da un gioco.

“… come un figlio di trentasette anni che si vergogna da sempre del padre nonostante il millenovecentosettantotto sia un numero pari.”

“Il nove non è un numero pari e maggio non è un mese pari “… vorrei gridargli, trattengo però a fatica le parole.

Gli regalo invece il migliore dei miei sorrisi come fosse una scorta di ottimismo da far durare. Non gli dico della mia profonda tristezza, dello smarrimento per la sua storia di padre mancato, del suo sguardo che mi comunica un senso di perdita intenso.

Vorrei tanto allontanare quello sguardo di incertezza e paura di chi è comunque condannato a vivere dopo che tutto è diventato buio, vuoto e vecchio. Abbandonato e dimenticato. Sogni e illusioni sono diventati un catasto di polvere e granelli di sabbia in cui tutto si è distrutto in mille pezzi, alcuni dei quali si sono persi per sempre e di quello che rimane c’è solo dolore.

… vorrei che questa pallina rossa possa portare una piccola luce nell’ombra scura della tua vita Giuseppe. Qui dentro sono soltanto un clown, mi sento al riparo dentro questa maschera, non posso mostrarmi fragile anche se conosco il peso della vita, della lentezza e della rapidità del tempo.

Vorrei raccontarti del mio cuore che sta battendo a vuoto. A zero, proprio come un numero pari.

Qualcosa che toglie il respiro.

Di caldo e rassicurante, credimi Giuseppe … stavolta non c’è proprio niente.

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Dedicata a un’Amica

copertina                                  9788891173546g

Ho incontrato Silva un pò di tempo fa, perdonatemi se la data non me la ricordo proprio bene ma in fondo non è così importante, ricordo però che con lei ho iniziato un viaggio a digiuno di tutto.

Silva.

Silva è straordinaria non soltanto perché Mamma, Moglie e Nonna, lei è straordinaria perché è una donna speciale, spettacolare.  Non chiamatela mai però Silvia o Silvana, lei è proprio per tutti “Silva” e io vi ho avvertiti!

Quando parlo con lei e credetemi che di chiacchierate ce ne facciamo davvero tante mi colpisce sempre il suo approccio elegante e concreto, quella sua capacità di comunicare la Vita non perché letta da qualche parte ma proprio perché è vita vera, percorso che si racconta perché si è vissuto sulla propria pelle.

Ho visto brillarle gli occhi nel parlarmi del nipotino Francesco, una meraviglia di gioia che ha nello sguardo il colore del cielo, del mare, un azzurro inconfondibile che ho ritrovato poi negli occhi dei suoi cari.

Si entusiasma Silva quando racconta dei suoi tanti viaggi, delle scoperte e delle occasioni, mi fa commuovere e ridere nello stesso tempo quando con aneddoti improvvisi mi parla delle numerose e impreviste difficoltà che ha incontrato sulle strade. Mi commuove perché ha la delicatezza di non andare mai in profondità quando capisce che qualcosa possa recare turbamento e poi mi fa ridere quando ci possiamo permettere di pensarla proprio a modo nostro in virtù di affinità che fanno da base alle nostre esperienze.

Non le ho mai raccontato che sul “pollo zoppo” io ci ho pianto. Lei con una dolcezza infinita aveva saputo far galleggiare nella memoria un suo personale ricordo e me lo aveva consegnato così, per come era, privo di una zampetta ma con un calore addosso che a lungo le ho invidiato. Sensazioni queste che ti restano dentro e senza neppure accorgertene, ti rendono migliore.

Avevo iniziato scrivendo di aver intrapreso un pò di tempo fa un viaggio a digiuno. Devo correggermi però.

Silva ha saputo darmi una mano anche in questo, mi ha nutrita colmando vuoti che aspettavano di essere colmati nel giusto modo, con quella sua capacità innata di mescolare in giuste dosi sapori e fantasie.

Lo ha fatto lasciandomi la libertà di scegliere cosa prendere, cosa assaporare tra le 148 ricette che ha confezionato nei due libri con grande amore e suggerimenti preziosi … e sfogliandoli ci si trova pure quella del “pollo zoppo”!

Nelle immagini vi ho lasciato due ottimi indizi per raggiungerla, dal canto mio posso giurarvi che non ve ne pentirete e se ciò mai avvenisse saprete pure con chi prendervela!  😉

In rete la trovate qui:   http://silvarigobello.wordpress.com

Un caro abbraccio a Tutti  ♥

Affy

19 marzo

Ovunque adesso sei …

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                       Auguri Papà, mi manchi tanto!  ❤

L’oliera, la locanda e Caterina

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Conta soltanto otto tavoli la locanda che si trova nella piazza del paese. Per raggiungerla si percorre un viottolo, si sale su una scala di marmo riparata da un pergolato di glicine e l’entrata è lì, sotto un lampione nero in ferro battuto. I piani affacciati dentro questo cortile minuscolo hanno rampe brevi, ci sono panni perennemente stesi e fili elettrici che penzolano dai muri scrostati.

E’ una piccola locanda a conduzione familiare. Padre, madre e Caterina.

Non ricordo con precisione la prima volta che sono stata lì, è un ricordo che si perde nel tempo come un maglione, una fotografia o una canzone. Il tempo c’è passato sopra portando via ogni utile connotazione regalandomi una nuova fotografia, un nuovo maglione e una nuova canzone. La locanda invece è rimasta sempre la stessa.

Cosa mi spinga a frequentare questo locale, che rimane fuori dai miei spazi, è molto semplice: la qualità eccellente del cibo e l’abitudine a un calore che si respira all’interno, un clima di familiarità che mi fa sentire davvero bene. Io lì dentro mi sento “a casa”. Ogni volta che sono lì non consulto neppure i piatti del giorno, mi affido completamente a Pietro che ha sempre centrato ogni mio desiderio coccolandolo e firmando a modo suo ogni primo piatto riservato a me con un ciuffetto di basilico sistemato come un fiore. C’è poi sua moglie Angela che da dietro il bancone ogni volta che incrocia il mio sguardo dispensa un sorriso dal quale faccio spesso fatica a staccarmi, è una donna ancora bella con una luce speciale negli occhi ed ha quel mio stesso modo di girare la testa inclinandola un po’ da una parte. Caterina è poco più che adolescente, molto timida e graziosa, ha lunghi capelli scuri e gli occhi leggermente a mandorla. Ha la dolcezza particolare di chi è affetto dalla sindrome di Down e quando ti si avvicina per rendersi utile la strapazzeresti di coccole e baci perchè un solo abbraccio ti sembra sempre sia poca cosa.

Con il mio gruppo di lavoro o con un’amica spesso mi ritrovo a consumare la cena dentro questo piccolo locale. Quando Fotograffio ci raggiunge non arriva mai da solo ma con la sua inseparabile chitarra e la serata grazie a quelle note moltiplica il piacere della convivenza, quando poi il mitico collega non può essere dei nostri lo sguardo di Caterina sembra triste e la sua voce di velluto mentre serve con gentilezza ai tavoli si fa ruvida perchè non nasconde il suo affetto per lui come per tutti noi.

Circa dieci giorni fa sono entrata come di solito in questa locanda con un gruppo di amici ma il clima familiare, affettuoso e caldo di sempre l’ho avvertito meno, in certi momenti mi veniva perfino il dubbio di averlo mai provato ma di essermelo soltanto immaginato. Caterina sembrava molto nervosa, a tratti assente, lo sguardo pieno di rammarico si perdeva nel vuoto come il suo modo naturale di staccare i contatti. Io la guardavo con aria interrogativa cercando un minimo sprazzo che aprisse una comunicazione tra noi.

E’ stato quando Caterina ha servito i secondi che tutto mi è diventato chiaro. Su un tovagliolino di carta ha scritto con calligrafia incerta “per colpa mia c’è stata la multa”. Ho rigirato quel foglietto tra le mani senza avere la minima idea di come muovermi, poi con la scusa di andare a prendere in macchina una cosa l’ho chiamata fuori. E fuori, tra le lacrime, mi ha raccontato che per sbaglio il giorno prima aveva portato a due signori con la divisa, seduti al tavolo, l’oliera sbagliata -il papà Pietro si era tanto raccomandato su questo- e dunque alla fine del pranzo inevitabilmente era arrivata la multa.

L’oliera sbagliata?

“Da fine novembre una legge europea ha vietato di utilizzare le tradizionali oliere in bar, mense, ristoranti e pizzerie con multe da uno fino a ottomila euro per evitare che vengano riempite o allungate con prodotti diversi da quelli indicati. Da quella data devono essere utilizzate oliere con tappo antirabbocco ed un’accentuata rilevanza cromatica sulla natura e la qualità degli oli utilizzati che mette in guardia il consumatore …”.

Non contesto la bontà del provvedimento, una legge deve essere giustamente applicata. Non conosco l’entità precisa della multa in parola ma ho letto tutta la colpa, il rimorso e la disperazione negli occhi di Caterina per quella sua disattenzione costata cara alla famiglia.

Ieri nella tarda serata con Fotograffio e un paio di amici siamo tornati alla Locanda. Pietro ci ha accolti con il sorriso di un tempo ed Angela da dietro il bancone ci ha salutati con gli occhi che le illuminavano il viso.

Ci siamo seduti e Caterina ci ha subito raggiunti portandoci da bere. I capelli raccolti con una treccia, il grembiule ben ordinato, un’irrequietezza che tradiva i movimenti ripetitivi. L’affetto che provo per lei non è riuscito a coprire il mio smottamento interiore.

“Come vanno gli affari, piccola?” le ha chiesto con una finta aria estranea Fotograffio riuscendo a non uscire nemmeno di un millimetro dal suo registro.

Caterina ha guardato prima lui, poi ha guardato me, sembrava riprendere l’ultima conversazione di dieci giorni prima.

“Per la prima volta ci hanno commissionato un catering. I miei hanno preparato panini, tramezzini, pizzette e antipastini vari per la festa di pensionamento di un importante Dirigente. Papà ha lavorato sodo durante tutta la notte ma il suo lavoro è stato ben remunerato da quella Società”. Caterina parlava con un timbro di voce ricca di toni bassi e medi, una voce che accellerava e inebriava, si sentiva che era tanto felice.

Poi mi ha fissata a lungo, come dentro un lampo improvviso l’ho vista sobbalzare, ha fatto un gesto come se buttasse una pallina in aria. E’ corsa via verso la cucina ed è tornata poco dopo con la vecchia oliera, l’ha posizionata al centro del nostro tavolo. Dentro c’era una bellissima rosa rossa.

Un pò nascosto … un ciuffetto di basilico era stato sistemato come fosse un fiore.

La riffa dell’Epifania

C’è un bar dove tutte le mattine prendo un caffè prima di salire in ufficio. In occasione dell’Epifania il gestore aveva organizzato una riffa ed io avevo comprato il biglietto numero ventinove.

Il caffè l’avevo consumato in compagnia di Fotograffio e lui aveva acquistato il biglietto proprio successivo al mio, numero trenta.

E il numero trenta, come esposto sulla locandina vicina alla cassa del bar, era stato sorteggiato aggiudicandosi come vincita una chitarra classica.

Domenica scorsa, complice una giornata di sole, dopo aver ritirato il suo premio, per la verità uno strumento senza troppe pretese, Fotograffio un po’ per provarlo senza infastidire il vicinato e un po’ per farmi ascoltare gli stessi pezzi che spesso suona con la chitarra acustica, mi aveva portata in un grande parco e lì ci eravamo seduti su una panchina piuttosto defilata dagli altri. Io, lui e tra noi due lo strumento.

In silenzio lo avevo guardato spostare le dita sull’asta della chitarra con movimenti ridotti, le note combinate in maniera irregolare creavano proprio un bell’effetto, un suono sicuramente  interessante. Qualche passante per ascoltarlo aveva rallentato l’andatura ma lui neppure se n’era accorto.

Imbarazzo totale da parte mia quando un uomo aveva lasciato cadere un paio di monete dentro la custodia nera della chitarra rimasta aperta sulla panchina tra me e lui. “… per un caffè” aveva aggiunto. “La tecnica è scrupolosa e precisa, uno stile essenziale, mi piace questo modo di suonare senza far ricorso a trucchetti spettacolari”.

Avevo annuito per pura gentilezza, rossa in viso per ciò che stava accadendo. Avrei voluto essere mille miglia lontana da quella situazione confusa che stava rischiando di travolgermi. Mi sentivo un facchino in attesa di un treno che non arrivava, non avevo nessuna valigia da portare e mi sentivo stupida.

Fotograffio, ignaro, continuava a suonare. Qualche coppia e una famiglia con un passeggino si erano fermati davanti la nostra panchina, le monetine cadevano sopra la custodia come sparute gocce di pioggia.

E’ stato però quando ha attaccato le note di Isaac Albeniz che anch’io ho dimenticato il parco, la gente, il rumore metallico delle monetine ed ho ricordato l’ultima volta che lui aveva suonato quel pezzo.

Ho ricordato la piccola chiesa, la comunità che quel giorno si era radunata, l’omelia di Padre Gino per quell’uomo che d’improvviso nella notte se n’era andato. Nel silenzio ovattato del posto Fotograffio si era avvicinato con la chitarra a suo padre e aveva iniziato a suonare “Asturias” tra l’odore dei fiori e dell’incenso, tra il rumore sommesso di chi non riusciva più a trattenere il pianto.

Il papà di Fotograffio amava tanto quel brano ed ora lui sulla panchina lo stava suonando nella stessa maniera intensa di quel giorno in chiesa e chissà se suo padre sentiva adesso lo scroscio degli applausi.

Quando ha smesso di suonare ha guardato stupito le monetine sopra la custodia nera e ha detto “grazie” a quella piccola folla che piano piano andava sciogliendosi. Aveva gli zigomi rossi come chi torna da una fatica incredibile, riuscivo a sentire bene ogni sua presa di fiato.

Davanti a noi era rimasto soltanto un ragazzino. Forse sui quattordici, quindici anni. Le mani ficcate nelle tasche del giubbotto e gli occhi incollati alla chitarra che giaceva adesso muta sopra la custodia. I suoi piedi dentro le scarpe da tennis tamburellavano sull’asfalto nella scia della musica appena terminata. Si capiva dai suoi occhi che voleva chiedere qualcosa, fare qualche domanda ma per la timidezza taceva.

E sull’onda della passione e dell’istinto ho visto Fotograffio prendere la chitarra, metterla diligentemente dentro la custodia nera ed infilare nella tasca esterna dove è custodito il plettro tutte le monetine lasciate dai passanti.

“Tieni, adesso questa è tua. Con i soldini puoi comprarti un libro ed iniziare a strimpellarla” ha detto al ragazzo porgendogli lo strumento. Lui incredulo ha balbettato parole di gratitudine ed è andato via con quell’inaspettato dono stretto tra le braccia.

Andando verso la macchina sentivo Fotograffio fischiettare di nuovo quel brano quasi a non voler perdere il contatto con suo padre e fargli arrivare ancora una volta le note di quella musica fin lassù dove si trova adesso. Di tanto in tanto con la punta della scarpa lo vedevo scalciare un sasso, forse per prendere a calci la tristezza dentro i suoi respiri contratti. 

Gli camminavo accanto in silenzio ma avevo la pelle d’oca.

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Nulla rappresenta bene …

Nulla rappresenta bene l’immagine mia e di mio padre come quella di due delfini abbracciati, c’è anche una storia che racconta di delfini che decidono di morire insieme sulla riva del mare.

Nelle nostre passeggiate lui mi teneva stretta e mi parlava di ricerca, quella ricerca scientifica alla quale dovevo credere, in ogni modo aggrapparmi ed infine sperare. Il miracolo è nell’anima della vita ed io mi lasciavo accarezzare dal vento e dalle sue parole, ingenue carezze per non finire a fondo.

Quando il nostro abbraccio si è sciolto ho preso il largo ed ho iniziato a nuotare annaspando nella vita. Ho alzato il viso per inseguire il volo di un gabbiano, occhi che hanno penetrato fino in fondo l’azzurro, qua e là ho raccolto frammenti di conchiglie, ho aspettato in silenzio un miracolo.

Certe croci però non s’addrizzano e i miracoli non sempre accadono.

In questi giorni sono stata piuttosto male ed ho cercato nella memoria una traccia che mi corresse in aiuto, ce la farò papà avrei voluto urlare ma le parole si perdevano nella fatica di respirare. In sottofondo mi sembrava di udire il rumore del mare ed io orfana di padre avrei voluto essere, come in quella storia, un delfino che va a morire in riva al mare per ritrovare i nostri passi. I nostri passi, la sabbia fine, gli occhi lucidi e i sorrisi che sapevano di felicità, vedi papà si può anche piangere per la troppa felicità.

E mi è venuta in mente Parigi. Tante immagini che mi passavano nella testa e si dissolvevano subito dopo. Due biglietti strappati al volo, mio padre che mi spingeva sulla scaletta dell’aereo e poco dopo eccola finalmente la città con le sue luci e i colori. La Torre Eiffel che oscillava sotto la forza del vento e la pioggia che sui vetri scivolava via.

Sotto la pioggia in questi giorni appena mi sono sentita meglio ho respirato ancora Parigi, mi sono abbandonata ad essa come fanno i turisti. Sono salita al piano più alto della Torre per ritrovare dentro le travi d’acciaio l’impronta fossile del nostro passaggio. Vicino a me due ragazzi parlavano a voce alta, lui guardava l’immagine della ragazza riflessa a rovescio sul vetro retinato della macchina fotografica mentre lei gli indicava qualcosa tra le nuvole. Ho spostato anch’io lo sguardo su quella nuvola a forma di delfino, tutti cercavano l’inquadratura migliore da catturare, lo scorcio di una città bagnata da portarsi a casa, tutti dentro a un ritmo di onda e risacca. Io mi lasciavo cullare dalla corrente con gli occhi fissi su quel delfino che si muoveva dentro un cielo che aveva lo stesso colore del mare e l’aria mi era sembrata improvvisamente pesante, la città annerita.

Oggi sono tornata a casa, ce la faccio papà sto finalmente meglio, c’è uno spicciolo di vita che resta ancora in piedi in queste prossime notti di cristallo e di festa, spicciolo da gettare nel salvadanaio della speranza.

Sugli alberi di Natale piccole luci colorate si stanno ora accendendo. Alcune sono fisse altre ad intermittenza, una brilla sotto la luce della luna. E’ di un intenso colore blu.

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Le storie nascono da …

Le storie nascono da situazioni inattese, spesso curiose.

Oggi c’era un sole bellissimo e un vento leggero galleggiando nell’aria muoveva appena le cose.

Davanti a me una coppia di anziani procedeva lenta in un rapporto di mutuo aiuto, separando le persone che incontrava con una complicità resa perfetta dal tempo trascorso insieme.

A me era sembrato di scivolare nella loro intimità come quando entro in chiesa solamente per vedere se c’è una donna inginocchiata vicino all’altare, perchè c’è sempre una donna inginocchiata dentro tutte le chiese.

Poi li ho visti fermarsi. Anch’io mi sono fermata. Lei si era fatta vicina alla spalla di lui con una dolcezza densa e faticosa. E’ stato uno di quei momenti in cui la terra era così ben intonata agli uomini che sembrava impossibile che tutti non fossero felici.

Inaspettatamente il bastone era scivolato dalle mani dell’uomo finendo davanti ai miei stivali, davanti ai miei passi a pochi metri dai loro. Mi ero chinata, l’avevo raccolto e

prego, tenga” avevo accennato con un sorriso.

… mi scusi, mi è sfuggito di mano”. Il braccio destro aveva fatto un giro nell’aria a cercare il bastone, lo sguardo acquoso, perso nel vuoto.

“vedo molto poco” mi aveva detto con una voce che non chiedeva compassione.

Avevo preso la mano e l’avevo appoggiata sul manico nodoso. La sua stretta si era fatta forte, aveva stretto come se stringesse a sè quei pochi decimi che vedevano ormai soltanto aloni di luce, aveva stretto per dare più vita ai giorni che giorni alla vita.

La vita …

La vita ha una scatola nera che per pudore non apriamo mai ed invece, ad aprirla, guarda la luce che c’è.

Luce immensa che ho trovato nell’intesa di quella coppia.

Con la loro immagine ancora dentro gli occhi sono entrata in una chiesa.

Stranamente vuota.

Mi sono inginocchiata nel primo banco di legno, quello vicino all’altare.   🙂20141020_171515

Qual è il nome del tuo buio?

C’è questa domanda sul blog di Marco, un blog tra i miei preferiti  http://hangingclouds.wordpress.com/    😉

Capovolgo il libro sulla coperta del letto e penso. Nel mio buio c’è una donna e le sue catene, c’è paura, c’è rabbia che riveste come muschio, umida pelliccia che regala freddo al cuore. La pioggia là fuori picchietta incessante sopra i petali rossi dei gerani e li fa scivolar via come piccoli cuori. E poi il buio è silenzio.

E nel silenzio lo senti il battito?

E’ arrivato da me in tempo per fermare il mio viaggio, quel giorno ho avvertito una corrente fredda di sollievo. Ha rovesciato completamente la mia vita, capivo che qualcosa si stava concludendo e qualcosa stava finalmente iniziando. La passione era l’unica ricchezza, il resto solo idee astratte pronte ad invadere ogni spazio.

E’ il ricordo, un’emozione che torna adesso riflessa. Ho perso il conto delle ore trascorse a ridere e a parlare, a conoscere la felicità nel guardare il mondo con altri occhi, irrefrenabile la voglia di vivere e di volare in alto superando ogni filo spinato. Ho forzato un’intimità viziata dalla solitudine e non so spiegare quel lenzuolo accartocciato oggi in fondo al letto. Siamo stati le storie di tutti i racconti.

Il nome del mio buio è il battito.

Sornione è apparso nella mia vita all’improvviso rastrellando certezze e ambizioni.

E’ venuto a cercarmi demolendo giudizio e pregiudizio dietro una semplicità sorprendente.

Il battito è tifone, è ciclone, è tsunami.

Non potevo prevederlo, mai avrei potuto immaginarlo. Mi ha portata con sè.

Ho conosciuto vette e ho incontrato derive. Ho abbracciato il cielo con la sua presenza, ho maledetto la vita con la sua assenza.

Tornerà.

Ho ancora un cuore che ha voglia d’illuminarsi al buio, guardando la luna.  🙂20140706_180401-1

Lo sapete com’è andata?

E’ andata che in uno dei miei soliti giri dei bloggamici stamattina ho trovata una sorpresa, una di quelle che proprio perché inaspettate ti fanno aprire la bocca in una ohhhh… molto prolungata, come quelle che fanno i bambini nella canzone di Povia. E quando i bambini fanno “ohhhh …” lo fanno perché vedono qualcosa di fantastico, d’imprevisto, di meraviglioso.

Io stamattina l’ho fatto perché ho letto il mio nome tra le nomination di un bloggamico. E siccome quest’amico non mi aveva preannunciato niente sono rimasta sorpresa nel leggermi lì, così tutta ad un tratto è partita una ohhhh…  mica da ridere, sapete!

Il blog in parola è:    http://frangentiditutto.wordpress.com/   andate pure a trovarlo, lui scrive cose molto interessanti e seguirlo sarà piacevole anche se non sempre si riesce a commentare perché tocca corde che sono pugni nell’anima e allora si preferisce star seduti in un angolino, in silenzio, quasi per non disturbare.

Il premio è il Liebster Award, il logo è questo qui:la1
Le regole del gioco sono:
• Postare il premio sulla propria pagina
• Ringraziare il blogger che ti ha nominato e linkare il suo blog
• Nominare 11 blogger che senti meritino questa nomination e che hanno meno di 200 followers (è colpa mia se ho sempre voglia di giocare?)
• Rispondere ad 11 domande poste da chi ti presenta e chiedere ai tuoi nominati 11 domande:

Le domande alle quali devo rispondere sono le seguenti:

1. La motivazione del tuo blog?

Fino al momento di aprire questo blog lasciavo commenti in giro con il mio vero nome, era tutto molto piacevole in particolare su un blog. Poi c’è stato un momento che mi sono sentita fuori, ai margini, un problema mio ma che è stato prontamente raccolto dai miei amici-colleghi, loro hanno aperto e mi hanno regalato “Afinebinario”, nome scelto da me perché era così che in quel momento mi sentivo.

2. Il rimpianto più grande della tua vita.

Non aver dato un bicchiere di birra, in punto di morte, a mio Nonno. Era in ospedale, io accanto a lui. Mi aveva chiesto un po’ di birra con un filo di voce. Il medico di turno mi aveva detto che non era possibile ed allora ho prelevato dalla macchinetta nel corridoio un bicchiere di thè e ho detto a mio Nonno che era birra. L’ha bevuta contentissimo e rivolgendosi al medico gli ha detto: “Vede Lei non me la voleva dare ma mia nipote Affy mi ha accontentato”. E’ spirato un minuto dopo. Ecco, mi porto dietro il rimorso che avrei dovuto dargli della vera birra.

3. Sportivo/a?

Seeeee   😳   …  un po’ di ginnastica da camera, una corsetta sui prati, lunghissime camminate, nuotate a perdifiato ma definirmi proprio sportiva beh direi che ce ne vuole.

4. La tua più bella vittoria.

Essere riuscita a portar via dall’organico di una Società una persona scelta per fronteggiare quelli che definivano “obiettivi sfidanti”, in parole povere “pulizia dei servizi igienici”. Una persona meritevole che oggi è invece elemento portante in un’area contabile della mia stessa Agenzia.

5. La tua più bella sconfitta.

Cessù, una sconfitta bella non me la ricordo. Le sconfitte in quanto tali lasciano solo un gusto amaro. Mi sento sconfitta ogni qualvolta perdo qualcosa a cui tengo particolarmente: dall’ombrello oggetto di regalo ad un’amicizia che credevo importante.

6. La città/posto che ami.

Ogni città della Sicilia, un’isola a cui sento di appartenere con tutta me stessa.

7. Per me la musica è lo specchio della mia anima… cosa pensi? che genere di musica/artista è il tuo “curatore” dell’anima?

La musica è fondamentale, è davvero un’amica che c’è sempre. Se devo curarmi l’anima metto su il Boss, Bruce Springsteen, un dottore che mi cura come nessuno.

8. Il tuo conflitto più grande.

Sono in pace con me stessa, posso avere qualche attrito ma basta poco per far passare la buriana. Ne approfitto per dire che se c’è chi pensa di avere un conflitto con me, alzi pure adesso la mano o taccia per sempre. 

9. Credi nell’amore?

E allora perché vivo? Già, non è buon costume rispondere con un’altra domanda ma alle volte è proprio il cuore che anticipa i tempi, precede le parole che come tappi si fermano in gola perché dietro ognuna di esse c’è un ricordo, c’è un filo d’aquilone rimasto impigliato nei rami. Il cuore lo sa che per vivere occorre amare e l’amore non ha età, io ho e avrò sempre voglia d’innamorarmi perché credo in questo sentimento che spezza il fiato quando hai la fortuna d’incontrarlo.

10. Domanda libera.

Le cartucce son finite ‘nnaggia ed ora io che m’invento? Sembra di essere a scuola quando l’interrogazione iniziava blandina e poi arrivava a raffica il tormentone. Evvabè. Allora…
Affy è il mio nome? No, ma mi ci sono talmente affezionata che ormai anche nel reale c’è chi mi chiama così. E aggiungo anche che nel corso di una presentazione importante stringendo la mano della persona davanti a me mi son lasciata andare ad un “Piacere Affy …” che, credetemi, era proprio una meraviglia ascoltare!

Fatto. Queste erano le dieci domande a cui dovevo rispondere.   😉

Se queste domande sono piaciute anche a voi undici (schhh… ho detto undici senza far nomi!     🙄    ) copiatele, prendete il logo e andate pure! Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, cento, duecento, trecento, trecentoquarantacinque. Il primo che solleva obiezione sulla mia matematica ci faccio collera … badate che io non ho voglia di litigare con nessuno!   😉

Grazie ancora M.   http://frangentiditutto.wordpress.com   😉

Ho conosciuto Martina …

Ho conosciuto Martina un paio di anni fa, un pomeriggio di domenica mentre portavo a spasso il cane. Ricordo che faceva freddo e gli alberi non avevano più le foglie.

Lei era seduta, stretta nel suo cappottino su una panchina di legno insieme ad una donna, presumibilmente la madre. Mi aveva sorriso in un modo molto gioviale, poi aveva cercato di accarezzare il cane.

Mi ero fermata con loro sulla panchina per permettere a quella simpatica ragazzina di giocare un pò con il pincher, ci eravamo presentate e una volta vicina a lei avevo capito dai lineamenti e dal suo modo di parlare che era una persona con la sindrome di Down. Non molto alta, nasino piccolo, capelli lisci e fisico un pò rotondetto Martina si faceva voler bene per la sua innata allegria, la sua dolcezza, quella sua certa fretta di dire le cose. Una famiglia perbene la sua, di tanto in tanto c’era un silenzio che non aveva bisogno di essere tradotto ma piuttosto condiviso.

Da quella prima volta c’erano stati altri incontri soprattutto al parco e al supermercato. Durante quegli incontri Martina mi aveva raccontata la sua grande passione per le farfalle. Ne parlava con un’enfasi straordinaria, ne mimava la leggerezza e il volo con le sue manine. Le adorava al punto tale che erano protagoniste sia nel cerchietto che fermava i suoi capelli, sia pencolanti da un braccialetto e fintanto in una piccola spilla che portava spesso appuntata sugli abiti.

Oggi pomeriggio al parco c’ero io con il cane e c’era Martina con i suoi genitori.

Martina.

Domani 12 ottobre si celebra la Giornata nazionale delle persone con sindrome di Down con più di 200 iniziative in piazze cittadine, convegni, mostre tra viaggi di musica e parole. Un appuntamento importante per diffondere informazioni, ricordare diritti e rendere la società più accogliente nei confronti di queste persone. Io domani ci sarò, sarò con loro.

Non è di quest’amicizia che però avrei voluto parlare nel post. Essere portatori di handicap non rende speciali, non c’è bisogno di false parole seducenti e sguardi compassionevoli come se non si fosse degni di essere amati ma di suscitare solamente pietà. Perchè allora sto parlando di Martina?

Perchè accadono cose che non sempre trovano una spiegazione o forse siamo noi che vogliamo attribuire ad esse un significato diverso.

Qualche giorno fa ho acquistato per lei una farfalla di cristallo, di colore giallo, il suo preferito ed oggi durante il nostro appuntamento pomeridiano gliel’ho regalata. La sua gioia incontenibile è stata disarmante, mi ha stretta forte forte baciandomi e mi sono veramente emozionata nonostante sia ormai preparata ai suoi slanci sempre affettuosi. Con le braccia attorno al collo mi ha sussurrato: “ci sarà sempre anche per te una farfalla che ti vorrà bene” ed io ho annuito, commossa per quelle sue tenere splendide parole.

E poi stasera, a casa  …   🙂20140826_095722

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One lovely blog award

Ed ecco che come pioggia d’autunno dalle mie parti piove un’improvvisa nomination ed io ben volentieri felicemente m’inzuppo.

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Bea    http://viaggiandoconbea.wordpress.com/   mi ha nominata ed io nel ringraziarla pubblicamente le sussurro nell’orecchio che … ‘nnaggia non doveva, non doveva, io mica credo di meritarla  😳

Evvabè, fa orecchie da mercante Bea e mi incita a proseguire …  🙄

Ogni nomination, lo sapete, ha le sue regoline:

1. Ringraziare chi ti ha nominato e inserire il link del suo blog
2. Elencare le regole
3. Raccontare 7 fatti su di me
4. Nominare 15 bloggers ed avvisarli della nomina ricevuta
5. Mostrare il logo del premio e seguire la persona che ti ha nominato

Ho ringraziato Bea ed inserito il logo, di me che già non conoscete … cosa posso raccontare? Rischio di tediare con un’autoreferenzialità che non mi appartiene quindi per l’occasione ho chiesto al mio amico Fotograffio con il quale divido il lavoro di parlare di me … e sarà quel che sarà!

Fotograffio ne approfitta senza nemmeno pensarci su e proclama:

1) sono una tipa precisina (aggiungo che non ci trovo nulla di male, se devo fare una cosa m’impegno a farla bene altrimenti la lascio fare tranquillamente a lui, eheheheheh   😀   )

2) credo troppo nel prossimo (urca, qui ho italianizzato il suo aggettivo perchè scriverlo sul blogghino mi faceva male, sigh! Ahimè riconosco che il mio dare fiducia non sempre viene recepito da tutti nel modo giusto ma non demordo … e continuo a fare lo stesso!)

3) in ufficio prendo molti impegni dimenticando che il tempo è di sole 24 ore (ha ragione, Fotograffio ha ragione, diciamo che mi faccio spesso carico del suo vagabondare considerato che per lui esisterebbe solo la Ducati, il cavallo, la fotogra(f)fia e altro … possino ammazzarellarlo! )   😦

4) ultimamente sorrido meno (maddai, non credo, sorrido il giusto con la consapevolezza che quando ci sono “momenti out” il sorriso passa al secondo posto ma appena ritrovato il giusto equilibrio la sua pole position è assicurata)

5) sono sempre puntuale (beh … l’orologio serve a questo, a scandire il tempo e poi è una forma di rispetto verso gli altri)

6) sto allargando la famiglia (è un pazzoide lo sapete, marò a chi mi sono affidata  … diciamo che per me tutto ciò che mi transita intorno “di vivo” è famiglia, entra a far parte della mia famiglia. In realtà sto solo acquistando altre piante e per ognuna di esse ho già pronto il rispettivo nome che non c’entra nulla però con la specie botanica)

7) guardo spesso le previsioni metereologiche, “che tempo fa” in Sicilia (è vero, verissimo, per me ogni pretesto è buono per tornare a casa. Metti che tira un forte vento … mi sembra il caso andar a chiudere le finestre, o no?     😉   )

Ed ora l’elenco dei 15 bloggers … che poi dico, evvabè, nominarne precisi precisi 15 o circa 300 in fondo cosa cambia? Quando vado in salumeria e chiedo 200 grammi di prosciutto crudo e il peso sulla bilancia segna 230 grammi mica dico al salumiere “no, la prego, me lo tolga”. Ne porto a casa 230 grammi e son contenta lo stesso. Questo per dire “stringetevi tutti l’uno con l’altro, fate massa e nessuno si accorgerà che abbiamo sforato. Perchè io, a tutti, vi ho portati a casa! E il paragone col prosciutto crudo è casuale, nessuno se n’abbia a male, sorridete pensando che l’esempio strideva peggio se fosse stato salame”.   😀

Grazie ancora all’amica Bea   😆

Un forte abbraccio a tutti

Affy

n.b. Per la stessa nomination ringrazio molto anche Carla una cara amica blogger     http://ladimoradelpensiero.wordpress.com/   😀

 

Amarcord

Che scherzo mi ha fatto WordPress, me misera, me tapina!  🙄

I contatti pufff … si sono volatilizzati, il blogroll è tutto sgarruppato ooopss … malfunzionante … nun si fà mica accussì! 😦

Ma a Tutti voi vi recupero state tranquilli, oh se vi recupero! Bisognerà solo fare un tuffo nei ricordi.

Amarcord, capperi quanti ne galleggiano nella mia mente  🙂

Ricordo ancora te caro medico che mi hai fatta nascere estraendomi con il forcipe, causando danni agli occhi e ferite morali che soltanto con un tempo molto lungo si è potuti riparare. Non contento mi hai assestato pure due buffetti per farmi piangere ed io ti ho ripagato con due mezze lacrimucce, una smorfietta e beata mi sono messa nuovamente a dormire. Ero venuta al mondo mica a perder tempo.

E poi il cuginetto Franco che si divertiva ad allentare la rotellina della mia biciclettina rossa per il gusto di vedermi cadere. Ed io pedalando perdevo la rotellina e pure la pazienza e di conseguenza cadevo di lato con la gambetta sotto il peso dell’attrezzo. Poi piano piano mi rialzavo, inferocita senza darlo troppo a vedere al solo scopo di depistare il nemico risalivo sul claudicante mezzo, controllavo i danni e mica piangevo, no no. Ecchediamine, avevo in fondo cinque o sei anni. Riprendevo la mia corsa senza la rotella con un unico obiettivo da centrare: Franco. Lo centravo e seduta per terra accanto a lui, tenera come un angioletto spiegavo che la biciclettina senza la rotella è difficile purtroppo da guidare, si finisce col procedere a zig zag centrando gli obiettivi e senza neppure farlo proprio apposta. E mi facevo riattaccare la rotella.

Ricordo ancora quel giorno a scuola quando Marina, la mia compagna di banco venne interrogata a tradimento dal professore d’inglese. Lo odiavamo tutti quell’uomo che anziché spiegare le lezioni leggeva tranquillamente in classe i suoi giornali e ci faceva tradurre in lingua testi storici improponibili. Avevo la (s)fortuna di decidere quando mettere in atto un’epistassi semplicemente tirando in un certo modo su col naso. Il professore non conosceva questa mia caratteristica ed era molto impressionabile alla vista del sangue. Come andò? Un colpetto di naso e sangue dappertutto, grembiule, banco e pavimento, “pericolo scampato”. Quel giorno Marina venne immediatamente mandata al suo posto, il cianotico professore prontamente in infermeria ed io giocoforza al pronto soccorso del vicino ospedale per cauterizzare definitivamente la venuzza nasale. Vorrei omettere per ovvii motivi la severa ramanzina inflitta da mio padre ma voglio essere onesta fino in fondo ed allora devo confessare che l’aiuto a Marina mi costò anche la privazione per la durata di un mese dell’adorata paghetta. Casualmente e giornalmente trovavo però nella tasca del cappotto provvidenziali spiccioli dei quali con nessuno, per vergogna o timidezza, ne feci mai menzione.

Quanti ricordi … d’accordo, questi non c’entrano nulla con WordPress ma erano lì che spingevano come un tappo pronto per saltare.

Amarcord dicevo …

Ricordi.

Eppure fra tutti questi ricordi sembra impossibile che io non ricordi di avere un secondo blog e che soltanto grazie a WordPress ieri ne abbia avuta conoscenza … ma come si può? Eppure i fatti parlano chiaro, ho avuto un parto bigello distanziato che neppure nei migliori film di fantascienza accade mai.

Nato il 21 settembre 2012, ma che davvero?

Eppure tra le notifiche…

Happy Anniversary!

wp.pdf

You registered on WordPress.com 2 years ago!
Thanks for flying with us.Keep up the good blog.

Evvabè caro giocherellone di un WordPress la chiudo qui.

Prenditi indietro questo anonimo blogghino e dammi di nuovo tutti gli amici che hai paciugato di colpo via. Barattiamola così.

Tzè … parto bigello e per giunta distanziato.

Suvvia, “ma la mi faccia il piacere!”

f.to: Primipara attempata con un figlio/blog unico. Ma con tanti amici. Ecchecaspita!   🙂

Gli occhi di Santa Lucia

Prima di Ferragosto, mentre gli amici erano intenti a fare scherzi e capriole in mare, avevo avvertito un bisogno prepotente, un richiamo esigente di restare sola.
E da sola avevo iniziato a camminare sulla spiaggia sotto un sole piuttosto caldo, passo dopo passo, come se fra me e gli altri esistesse una frattura netta, un confine invalicabile. E le onde parlavano con quel loro fruscio quasi voce di un mare che scorreva ininterrotto e poi tornava indietro. Io andavo avanti passando il fruscio delle onde, congiungendo i passi ed era come camminare per le viuzze solitarie del paese, un misto di odore salmastro e di ginestra.
Ogni tanto mi chinavo a raccogliere una piccola conchiglia, l’ammiravo incantata dalla sua perfezione.2014-09-13 19.47.49Risate di bagnanti su un motoscafo gareggiavano con il rumore del motore che sforzava, canzoni che si perdevano tra gli scogli costeggiando la riva.
Sulla sabbia frammenti di vetri tondeggianti e levigati dal mare scintillavano sotto i raggi del sole. Verdi, marroni, alcuni bianchi. Un rutilare continuo sul bagnasciuga reso morbido dalle onde dov’era piacevole affondare. E poi minuscoli sassolini neri lavici, pietruzze colorate sembravano cantilenare una nenia sommessa. Il mio pareo azzurro annodato alla vita svolazzava leggero, ondeggiava gonfiandosi sotto il peso del vento.
Affondavo nella sabbia avanzando, gli occhiali da sole mi davano fastidio, mi aggiustavo il fermaglio che teneva i capelli e annodavo il pareo intorno al collo. Mi sembrava di essere un bove al gioco.
Fu allora che li vidi. Cinque. In buona parte nascosti dentro un ciuffo di alghe. Il loro colore arancio e avorio, lucente e levigato, brillava sotto la luce del sole.
Li chiamano gli “occhi di Santa Lucia” e sono ritenuti dei portafortuna.20140913_193231-1Un nome affiora nei miei pensieri, illumina il mondo con il suo sorriso e “mi ricordo di essere felice” come chiedevi tu Papà che attraverso mille segnali estirpi il mio dolore e vesti ancora tutte le nostre promesse.

La fortuna più grande è però aver avuto Te che nonostante l’assenza vivi ogni giorno accanto a me.

Sei tu il mio vero e unico portafortuna    🙂

20140913_193421-1-1

Con amore.

La tua Affy

Archiviate anche le vacanze estive …

Archiviate anche le vacanze estive tra le onde e gli spruzzi, case bianche strette tra vicoli e ulivi contorti dal vento, sono tornata. Ho lasciato un sole di un giallo così intenso e ovattato che non cedeva a nessun tramonto, a nessun cielo stellato.

Le mille sfumature d’azzurro del mare attraverso le persiane di legno socchiuse sembravano un libro capovolto su un letto disfatto, parole di pietra che prendevano forza scavando fin dove la spiaggia tornava ad essere acqua. A tratti il vento e le onde urlando esplodevano contro le scogliere, si placavano all’improvviso in un silenzio scosso appena dalle strida dei gabbiani.

Sono tornata.

Sul tavolo della cucina ci sono due bicchieri capovolti, un angolo della tovaglia viene mosso dal vento, cade un tovagliolo insieme a una piccola lacrima. I quadretti bianchi e rossi diventano piccoli rombi, aquiloni che di colpo potrebbero volar via attraverso la finestra aperta che allunga la sua ombra alla luna.

Ho aperto il regalo che Carmela ieri mi ha infilato di nascosto nella valigia. Il mio respiro profondo riempie ogni vuoto fino ad arrivare al cuore.

Guardo le mie radici. Ingoio una ad una le parole.

Il silenzio si posa sull’isola.2014-09-03 16.25.06

Porta(s)fortuna?

Questo signore20140124_215540-1 nel post precedente mi aveva portato un dono. Mi conosce proprio poco però, anzi, direi per niente.  😦

Io:

– passo tranquillamente sotto la scala a pioli appoggiata ad un muro;

– tengo senza problemi l’ombrello aperto in casa;

– non m’inquieta essere in tredici a tavola;

– non mi agito se rompo uno specchio;

– regalo senza imbarazzo cose appuntite o coltelli;

– non cambio di certo strada se un gatto nero l’attraversa davanti a me;

– non possiedo un ferro di cavallo sulla porta;

– indico serenamente l’arcobaleno con il dito;

– quando rovescio il sale lo raccolgo senza pensarci su.

Confesso qui, tra di noi, che a me il dono, tutti quei ciondoletti,  non … non … ecco lo pensate anche voi, vero?   😦

Eheheheh … voi sì che mi conoscete!  😆DSCN0447

‘nnaggia, bastava semplicemente dire “Auguri …”  evvabè -pazienza- me ne farò una ragione!   😉

Un bacio a tutti e adesso non scrivetemi che siete superstiziosi   😯

Affy

Trecentosessantacinque giorni

“Ciao Affy, questo è per te,  un piccolo dono e …”20140124_215540-1

e realizzo che un anno è davvero volato in fretta perchè questo è il primo anniversario di “A fine binario”.

E come è  andata?

“… all’inizio non è stato facile imbrigliare con scioltezza le parole attraverso una tastiera, troppo il timore di non essere all’altezza, troppa la paura di sbagliare. Il mio comportamento è stato sempre orientato verso un unico scopo, il rispetto, ed in quest’occasione chiedo scusa se attraverso un mio commento possa non essere arrivato questo concetto; anche se scritte le “parole volano” ed io non voglio che per un’incomprensione queste possano aver concluso rovinosamente il loro volo.

Ed oggi non sono neppure brava a trasferire le parole in nero su bianco per condividere la gioia che la vostra conoscenza mi ha regalata, certe emozioni infatti non hanno accesso alla parola. Non riporterò nessun numero e nessuna statistica, a me non interessa la visibilità o la pubblicità di questo blog. Siete voi, tutti voi con le vostre riflessioni e le vostre storie, con la vostra spontaneità e la vostra sincerità il mio vero interesse, la leva fondamentale di questo cammino che mette sullo stesso piano il virtuale con il reale, che ha saputo abbattere la barriera della distanza e dell’identità e che mai, neppure per un secondo, mi ha tolta la voglia di crederci ancora come quel dieci luglio di un anno fa.

Oggi si festeggia e da domani via, iniziamo un altro anno.

Io sono pronta.”

Affy

                                       Un anno di blog!    

2014-06-27 17.04.03-1 - Copia

Risposte a: “Credi di avermi messo/a a fuoco?”

Bravi tutti!

Mi avete messa abbondantemente a fuoco fin quasi a rasentare l’impallinamento.

Ecco le risposte :

1) Quando ho nostalgia di ritrovare i gesti, il sorriso e la voce di mia madre riguardo alcune vecchie pellicole cinematografiche.

Vero. Ho avuto una mamma molto bella, purtroppo ha anteposto il cinema alla famiglia ed io ho particolarmente risentito della sua assenza.

2) Credo che la vera seduzione avvenga a tavola, non c’è migliore complicità che assaporare insieme un piatto di spaghetti al pomodoro.

 Vero.

3) Penso che la vita sia una giungla però è proprio nella giungla che si diventa grandi e soprattutto forti.

Vero, la vita è una giungla che ci rende grandi e forti, è dura per noi come lo è stata per le generazioni precedenti che non sono vissute nella bambagia avendo conosciuto penuria e sfruttamento, guerra e soggezione. A differenza loro dobbiamo però prendere coscienza con ottimismo di sensibili miglioramenti, siamo scampati alla guerra e alla fame ed abbiamo potuto studiare e viaggiare.

4) Ammiravo molto Margherita Hack.

Vero, Margherita Hack era tra l’altro una donna razionale e sempre allegra.

5) All’età di otto anni, in estate, mi divertiva prendere le lucciole e metterle in bottiglia. Quella lucina accesa, “la lampadina”, durava circa sette giorni poi l’insetto moriva.

Falso. Nessuna velleità di procurarmi una torcia animale, amo troppo vedere le lucciole libere ad illuminare la notte.

6) Ho un amico cieco che tre anni fa ha scritto un libro di successo. Lui legge al buio e quando per strada gli chiedono se ha bisogno di essere accompagnato risponde sempre di sì perchè capisce che quella persona sente il bisogno di rendersi utile.

Vero. Questo mio amico ha scritto un libro di fantasia che ha riscosso molto successo, non ha mai parlato ai lettori di questo suo handicap nè ha presenziato alla presentazione del libro curata dal fratello e dalla Casa Editrice. 

7) Non mi manca un figlio perchè penso di essere una buona zia.

Vero. Si può decidere di non essere madri per scelta o per mille altri motivi indipendenti dalla nostra volontà. Per uno di questi motivi non sono diventata madre, oggi questo l’ho accettato e non mi fa soffrire. Preciso che sono circondata da bambini e ragazzi di tutte le età, a cominciare dai miei nipoti, dai loro amici, dai figli dei miei amici e dalla prole dei vari parenti.

8) Sono insofferente a chi condivide sui social networks e poi è bastardo nella vita vera.

Vero e ne ho conosciuti.

9) Ho smesso di sognare quando ho capito che la notte e il giorno sono la stessa cosa e l’amore e l’arroganza hanno la stessa importanza.

Falso. La mia parte romantica non smette mai di abbracciare un sogno. Ogni tanto provo a chiuderla in un cassetto con doppia mandata ma tra i nodi e le venature del legno riesce sempre a venir fuori.

10) Mi concilia il sonno il rumore del phon acceso.

Falso, lo odio. Tra l’altro ho i capelli lunghi e nonostante la tecnologia offra al mercato modelli silenziosi e confortevoli il rumore di quell’apparecchio mi disturba oltremodo e non di rado i capelli li lascio asciugare all’aria, col soffio del vento. In inverno soccombo al suo rumore ma è davvero dura!

Grazie infinite a chi ha avuto voglia di giocare con me, un modo anche questo di camminare insieme.   🙂

E allora ancora …2014-06-19 12.31.31

Credi di avermi messo/a a fuoco?

ff-012

Così scrive l’amica-blogger Carla http://ladimoradelpensiero.wordpress.com ed io insieme agli altri ho provato a giocare con lei rispondendo alle sue domande. Un bel modo questo per conoscere meglio quei passi paralleli ai nostri, quelle orme che ogni tanto guardiamo con tenerezza e affetto. L’Archimede di questo simpatico test è ancora Lui, Vittorio http://ordineecaos.wordpress.com/ un amico-blogger molto talentuoso, lo conoscete vero?

La “messa a fuoco” consiste:

  • nell’utilizzare il logo
  • riportare le regole
  • scrivere dieci caratteristiche o accadimenti personali e sfidare chi legge ad indovinare se e quando si mente
  • nominare 10 blogger che si desiderano mettere a fuoco, comunicando loro di essere stati coinvolti
  • pubblicare le risposte nei giorni successivi

Vero o falso?
1) Quando ho nostalgia di ritrovare i gesti, il sorriso e la voce di mia madre riguardo alcune vecchie pellicole cinematografiche.
2) Credo che la vera seduzione avvenga a tavola, non c’è migliore complicità che assaporare insieme un piatto di spaghetti al pomodoro.
3) Penso che la vita sia una giungla però è proprio nella giungla che si diventa grandi e soprattutto forti.
4) Ammiravo molto Margherita Hack.
5) All’età di otto anni, in estate, mi divertiva prendere le lucciole e metterle in bottiglia. Quella lucina accesa, “la lampadina”, durava circa sette giorni poi l’insetto moriva.
6) Ho un amico cieco che tre anni fa ha scritto un libro di successo. Lui legge al buio e quando per strada gli chiedono se ha bisogno di essere accompagnato risponde sempre di sì perchè capisce che quella persona sente il bisogno di rendersi utile.
7) Non mi manca un figlio perchè penso di essere una buona zia.
8) Sono insofferente a chi condivide sui social networks e poi è bastardo nella vita vera.
9) Ho smesso di sognare quando ho capito che la notte e il giorno sono la stessa cosa e l’amore e l’arroganza hanno la stessa importanza.
10) Mi concilia il sonno il rumore del phon acceso.

Scrivi nel commento quali sono, secondo te, le risposte vere e quelle false.

Le nomination sono per:
http://laurapozzani.wordpress.com/
http://antoniotomarchio.wordpress.com/
http://latisanadellasera.wordpress.com/
http://cronachediunpigiamarosa.wordpress.com/
http://chiaradailydiary.wordpress.com/
http://gattofebbraio.wordpress.com/
http://cabinarmadio.wordpress.com/
http://mylifeisajungle.wordpress.com/
http://colsennodibuoi.wordpress.com/
http://letteraturando.wordpress.com/

liberi o meno di lasciarvi “mettere a fuoco”.   🙂

Grazie Carla.

Un abbraccio a tutti   😉

Affy

n.b. Ringrazio anche l’amica blogger Miriam    http://insciallah.wordpress.com/    per avermi nominata

The very inspiring blogger award

Da parte di Carla una cara amica del blog   

http://ladimoradelpensiero.wordpress.com/

e da parte di Luca, un caro amico del blog

http://letteraturando.wordpress.com/

ho trovato al mio ritorno una gradita nomination legata all’ispirazione: “The very inspiring blogger award”. the-very-inspiring-blogger-award

Anche da parte di Bea, altra cara amica del blog  

http://ViaggiandoconBea.wordpress.com/

ho trovata una nomination con un logo diverso ma di analogo significato: “The very inspiring blogger award”.download

Li ringrazio tutti di vero cuore. Sono stata felice per questo  🙂

Consiglio vivamente a tutti una visita ai loro blog: per riflettere su tematiche del nostro tempo, per condividere momenti di spensieratezza ed allegria attraverso il piacere per il cibo o per un viaggio oppure per un libro, per restare vicini in questi spazi che aprono il nostro cuore ed arricchiscono la nostra vita.

Regole:

1. Ringraziare il blogger che vi ha nominato

2. Elencare le regole e visualizzare il logo del premio

3. Condividere 7 fatti su di voi

4. Nominare 15 blogger e notificargli la nomination

Ho ringraziato, elencato le regole e visualizzato il logo.

Devo condividere sette fatti con voi.

1) Mi piace guardare gli altri per poter coglier quei momenti di vita che non mi appartengono ma mi rasserenano.

2) Non sopporto il principio che se non si ha un legame anche solo apparentemente affettivo qualcosa non va in noi o negli altri.

3) Esistono gradazioni nell’uso di qualunque cosa, anche di se stessi e del proprio tempo, che ci rendono a seconda dei casi, padroni o servi.

4) Vorrei poter disporre di un libretto d’istruzioni semplice che permetta subito (e a chiunque) di comprendere i miei ingranaggi.

5) Ritengo che senza idealizzazione l’amore non nasca perchè per innamorarci occorre che l’altro ci appaia speciale, straordinario, unico.

6) Quando vado al cinema mi piace leggere i titoli di coda eppure appena loro partono si accendono le luci in sala e la gente inizia ad alzarsi.

7) Credo che quando si semina qualcosa di buono un raggio di sole spunta sempre.

Adesso devo nominare quindici blogger tra coloro che m’ispirano … non ce la faccio … siete un pò di più pure se vi stringete … facciamo così … vi nomino tutti perchè tutti m’ispirate … a voi resta la scelta di accettare o meno.   😉

Grazie ancora a Carla, a Luca e a Bea!

Un abbraccio grande grande a tutti

Affy

L ‘estate sta arrivando

e oggi c’è un’aria frizzantina nel mio ufficio. Lavoriamo, ridiamo,  parliamo tra di noi.

Fotograffio racconta che quest’anno ha deciso di acquistare un telo da mare “particolare”.

Affy: “Fotograffio dimmi … ‘sto telo come deve essere?”

Fotograffio: ” lo vorrei con dei quadratini, non so, un pò colorati, magari anche delle righe messe di traverso …”

Affy: ” … ma lo sfondo, di che colore?”

Fotograffio: “boh, non saprei mica, nero no, magari blu però sotto il sole meglio un giallo limone o piuttosto un arancio, anche un verde andrebbe bene se non riesco a trovare un nocciola. Ehmmm… bianco?”.

Affy: “ ma sì, bianco credo sia la soluzione migliore”

Fotograffio: “mi piacerebbe che ci sia … come un volo di aquiloni, un pò intrecciati”

Affy: “mhhhh … bello! Quindi, quadratini colorati, piccole righe, rombi di traverso come aquiloni …”

Fotograffio: ” … e ciliegina sulla torta, vorrei che ci fosse quello stemma celeste e giallo che c’è dipinto dietro il mio casco”

Affy: ” apperò, personalizzato proprio, dunque”

Fotograffio: “ma lo troverò mai un telo da mare così?”

Affy: “ceRRRto stai tranquillo”

Gli porgo un foglio con un mio disegno elaborato, appena uscito dalla stampante.

Affy: “tieni, dalla descrizione mi sembra che grosso modo il telo sia questo …”

Fotograffio: “Maremma boscaiola … ma è proprio lui”.

Affy: “ecco, ora puoi andare al mare col tuo telo … non bagnarlo, mi raccomando”

Con in mano un foglio A4 Fotograffio sta andando in giro per l’ufficio con il suo telo da mare. E’ un uomo contento.

I colleghi alzano gli occhi al cielo, qualcuno scuote la testa, un altro sorride. Sento invocare Basaglia … ma forse è solo una mia impressione.   😉

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Un bacino a tutti!   😉

Affy

Seduta sul treno …

Seduta sul treno sfoglio una rivista femminile con tiepido interesse.

E’ tutto un rutilare di allegre fanciulle che dispensano frivoli sorrisetti appoggiate a muri a secco che danno riparo alle lucertole o a barche capovolte sulla sabbia. Ammiccano contente per avere indosso l’ultimo capo alla moda o l’ultima conturbante creazione di profumo che le invidiose lettrici però non possono sentire, possono solo immaginare. Sulla copertina una signorina è intenta a coltivare cespugli di rose in reggiseno sfoggiando una mini borsetta in lacca nera, nella pagina successiva la stessa signorina è appoggiata ad una barca con un cappellaccio a falde larghe ed un paio di stracci raffazzonati che le scivolano lungo la schiena. Un gatto bianco su un masso la osserva imbronciato. Lei invece no, è di ottimo umore, la signorina.

Sorrido e penso che se fossi entrata conciata così, in un qualunque posto, mi avrebbero immediatamente fatta arrestare seppure con la dovuta discrezione, s’intende.

Dietro la signorina c’è un gruppo di case bianche dove frequente è il geco. Case a picco sul mare. Mare disegnato nella roccia dalla furia di onde spumeggianti che lambiscono la spiaggia di ghiaia. Il paesaggio non ha ancora finito di delineare i confini tra terra e mare in un’accanita lotta contro una natura difficile e aspra. Nelle acque di quel mare si narra siano rimasti prigionieri i colori dell’arcobaleno.

Più su, in cima alla collina, situato in modo da essere ben visibile dalle barche, c’è il piccolo cimitero. E’ lì come ad indicare la direzione della preghiera nel momento dell’estremo pericolo in mare.

Lo riconosco quel mare, riconosco quella spiaggia di ghiaia ed anche quelle case. Conosco bene quel piccolo cimitero. Un cavo d’acciaio luccica al sole, arrotolato sulla spiaggia. Nel cielo si avvistano i gabbiani, avvertono il refolo di vento ottimale e si lasciano cadere nel vuoto, scivolano poi verso l’alto e l’orizzonte si spalanca per loro.

Adesso sì che la sento la neve nel cuore. Pennella di grigio anche l’aria.

Distrattamente torno a dedicarmi alla rivista. E’ il turno di una modella che salta una staccionata ad altezza di ginocchio con un sorriso smagliante e senza mostrare la minima difficoltà per la minigonna attillata che indossa. Un paio di capre sullo sfondo la osservano con sguardo ottuso. Immobili.

Immobili come il piccolo cavallo di legno che un artista del luogo aveva scolpito in un tronco di ulivo ed esposto poi in un angolo della vetrina della sua piccola bottega. Accanto ad una porta a vetri scorrevole è ora all’interno di una casa bianca, una casa proprio a picco sul mare. Una casa col geco.

Ricordo ancora dentro quella piccola bottega i nostri passi, i passi di un padre e di una figlia. Il tocco regolare dei nostri tacchi rimandava un’eco perfetta.

Chiudo la rivista e guardo verso l’alto, è l’unico modo che mi resta per amarti. Da lontano. Questa è la direzione della mia preghiera silenziosa. Silenziosa, perchè la mia voce adesso ha lo stesso timbro di chi ha ingoiato due biglie.

E le sono rimaste in gola.

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il giorno dopo

e allora … lo avete fatto un bel sogno?
io mi sono girata e rigirata a lungo nel letto, forse non ho sognato ma ho semplicemente pensato

già,  ho pensato che …

mi capita sempre più spesso di conoscere persone condizionate da un senso del dovere come se la vita fosse un debito da pagare, come se il meglio fosse ormai rimasto alle loro spalle e il futuro non abbia più nulla da offrire. Accettando, o forse amando, il loro ruolo di vittima

persone che sfiorano appena il presente, che lo vivono come qualcosa d’insuperabile e continuano a vivere nel passato, eppure anche le stagioni si rinnovano con il loro carico di felicità e di lacrime

persone che a poco a poco sono diventate ombre in un mare di indifferenza che azzera e che rende fragili e quando si è incapaci di difendersi e facile essere abusati. Tutto questo lascia, non può che lasciare, nel fondo dell’anima, più di un dubbio sul valore inespresso di ogni essere umano

e quando mi capita di ascoltare il resoconto della loro vita, quando vorrei consolarle, non so da che parte cominciare perchè il mio punto di vista è comunque viziato dalla mia esperienza. E mi resta il solo elemento positivo del loro racconto che è poi il racconto stesso di una vita vissuta a resistere ma che alla lunga deprime

e allora?

… allora ho pensato di lasciare a queste persone lo slancio di un abbraccio e una rosa perchè l’ottimismo e la speranza non restino mai del tutto sospesi.   🙂DSCN0097

 

“La rosa dell’amicizia” Lovely blog – Award 2014

image40Sì, è arrivata anche a me!   🙂

E’ la rosa che parla di amicizia e l’amicizia è un fiore che bisogna saper coltivare con tenerezza e pazienza.

La “Rosa dell’amicizia” mi è stata donata

dalla cara Simi   http://acasadisimi.wordpress.com  

nonchè da Luca  http://letteraturando.wordpress.com 

che ringrazio tantissimo.

Per accettarla non ci sono condizioni, è sufficiente rispondere ad alcune domande tradotte dal cuore attraverso il suo criptico codice e godere di tutta la sua bellezza, del suo luccicante splendore.

Le domande sono queste:

1) Come è cambiata la tua vita con il blog?

Non è cambiata ma si è decisamente arricchita. Questo blog è la storia di una barca andata alla deriva dopo un indimenticabile viaggio. Quando il naufragio inspiegabilmente mi ha sorpresa è intervenuta una formidabile squadra di colleghi, un termine però troppo riduttivo per descrivere dei grandi amici. E in primis c’è lui, Fotograffio.

2) Descriviti con un solo aggettivo:

Determinata.

3) Quale stato d’animo ti rappresenta meglio?

Sono passionale.

4) Trovi più seducente l’intelligenza o l’attrazione fisica?

Lo sono entrambe. Una buona ricetta richiede il coinvolgimento del palato e l’avidità dello sguardo.

5) Il tuo motto è ….

” … il perder tempo a chi più sa più spiace”.

6) Quanti libri leggi in un anno?

Non saprei quantificare perchè se dopo qualche pagina il libro mi viene a noia l’abbandono. Leggo comunque molto e in estate un libro non manca mai nella borsa del mare.

7) Un difetto/pregio su di te.

Difetto: mal sopporto il pressappochismo, le cose fatte alla buona senza mirare al raggiungimento del risultato migliore.

Pregio: non porto rancore, la vita è così breve che non c’è proprio tempo.  E cerco di conservare nel ricordo delle persone che ho avuto il pregio di conoscere la loro parte migliore.

8) Musica/strumento preferito:

Passo tranquillamente dalla musica rock alla musica classica.  Mi piace il clarinetto.

9) Puoi dire la città dove abiti? (solo se ti va)

Con il cuore sempre in Sicilia (la mia tana), con il corpo in giro per l’Italia.

10) Quanto trovi stupide/carine queste piccole attenzioni, come un pensiero Award?

Sono piacevoli attenzioni, io non ho mai rinunciato all’assegnazione di una nomination, di un award, di un premio proveniente da un amico/a blogger. Se qualcuno intende rivolgermi un pensiero mi sembra naturale accettarlo e confesso di essere molto grata a chi me ne ha fatto inaspettato dono.

10/bis)  Credi nella magia? (non rispondere solo sì o no, motiva la tua risposta)

Credo nella magia della vita che rende audace la mia voglia di vivere senza tenere conto del tempo.

Ora dovrei indicare dieci persone che hanno diritto al premio …. e qui la mia mente diventa vaga, si perde tra nomi che mi sono cari. I vostri. Non nominerò nessuno perchè nessuno deve restare fuori da questo nostro cammino comune. Anzi,  teniamoci stretti, prendiamoci virtualmente per mano.

Affy

Book nomination

Questo award prevede soltanto la citazione della parte di un libro che ci è piaciuto e la nomina di altri cinque blog.

E’ un premio che mi viene assegnato da Luca  (wow …    🙂     )     http://letteraturando.wordpress.com/  ed il libro da me scelto è “La felicità” di Epicurola-felicita-epicuro

“Non è felice il giovane, ma il vecchio che ha vissuto bene: il giovane, infatti, spinto ad eccedere nel fiore dell’età, è facile bersaglio degli strali della sorte, mentre il vecchio ha trovato il suo porto nella vecchiaia e quei beni prima agognati li tiene racchiusi nella sicura gioia del ricordo”.
“Nasciamo una sola volta, due non è concesso; tu, che non sei padrone del tuo domani, rinvii l’occasione di oggi; così la vita se ne va nell’attesa e ciascuno di noi giunge alla morte senza pace”.

Lo stesso premio mi è stato assegnato da Barby (doppio wow …    🙂   )   http://cronachediunpigiamarosa.wordpress.com    ed il libro da me scelto è “L’abbraccio” di David GrossmanAbbraccio-Grossman

“Tu sei unico. E anch’io sono unica. Ma se ci abbracciamo non sei più solo e nemmeno io sono più sola. Allora abbracciami, senti il cuore che batte forte forte. E’ proprio per questo che hanno inventato l’abbraccio”.

Sempre per lo stesso premio sono stata nominata da Io (triplo wow …    🙂    )    http://nudipensieri.wordpress.com/   ed il libro da me scelto è “Il compagno segreto” di Joseph Conradcompagno-segreto

“per diventare adulti bisogna scegliere ma ciò significa rinunciare a qualcosa di se stessi, non soltanto ai rami secchi, il che non costerebbe nulla, anche a quelli fioriti, persino ai più belli. E questo è molto meno facile. Si tratta di una vera e propria amputazione spirituale: chi non l’accetta non cresce e s’aggiunge a tutti gli altri, nella “retrovia polverosa”.”

Parlando di felicità e di abbracci come posso nominare soltanto alcuni blog? Impossibile per me. Mi concedo uno strappo alla regola e comunico che questo award è per tutti voi che mi seguite e con affetto seguo. Perchè questo è il nostro cammino insieme, un cammino che ci rimanda la parte migliore di noi.

Dedicato a tutti Voi, con gioia   😉

Affy

p.s. … grazie Luca, grazie Barby, grazie Io.

Buona Pasqua

   … a chi c’era ieri,

                            a chi c’è oggi,

                                                                  a chi ci sarà domani.

                                    A u g u r i !

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La stampella è in un angolo pieno di sole

Seduta sulla poltroncina verde guardo l’interno del salone attraverso lo specchio di cristallo.

Su una rivista ci sono  fanciulle appoggiate a grossi alberi che dispensano sorrisi e indossano le creazioni di uno stilista famoso. Una ragazza vestita succinta tiene tra le mani un nuovo profumo. Sorride ammiccante.

Poca è la mia voglia di stare con il casco sulla testa e socializzare in questo posto così pieno di musica in sottofondo, luci lattiginose e riviste di solo gossip. Sento il rumore di un paio di forbici che cadono, un suono sordo che risale alle mie orecchie amplificato.

Ci sono capelli per terra castani e ondulati raccolti in un mucchietto.

Accanto alla mia poltroncina la ragazza arrotola una permanente dentro bigodini colorati a un’anziana signora in preda a un’incontenibile voglia di comunicare. La posiziona quindi veloce sotto il casco e si allontana per raggiungere una nuova cliente ferma sulla porta. L’anziana donna riflessa dentro lo specchio di cristallo cerca con sguardo insistente il mio, vorrei ignorarla, mi sento in dovere però di ricambiare almeno il sorriso.

E’ solo un attimo.

La sua vita me la rovescia addosso come una folata di vento impetuoso. Racconta di un marito che l’aveva lasciata in mezzo a una strada, i suoi occhi dilagano ancora spaventati al ricordo, assumono lo sguardo di un animale da selva in uno spostamento continuo. Sento un’irrequietezza muovermi dentro, un senso di sfinimento all’idea di ascoltare così tanto e soprattutto a vuoto.

Poi la domanda lasciata cadere con un’espressione strana mi raggiunge e mi spinge nella realtà solida delle cose senza offrirmi un minimo spazio di fuga.

“… e lei è sposata?”.

La mia irrequietezza ora ha l’odore della ruggine dentro i cardini di un cancello corroso dalla salsedine. Ad ogni raffica di vento stride come il lamento dei gabbiani quando sul mare incombe il maltempo. Inghiotto la saliva.

I suoi occhietti aguzzi come quelli di un volpe sono nell’attesa compiaciuta di un gioco stretto.

E allora le racconto di una stampella rimasta vuota nella mia vita.

Anticipo le sue domande in un clima oscillante tra l’immobilità dei nostri corpi e il logorio dell’attenzione. Lei ascolta in silenzio le mie parole come farebbe un fotografo angosciato all’idea di sciupare una pellicola. La rassicuro con un’espressione cordiale perchè in fondo sono sopravvissuta ai miei progetti irrealizzabili.

Torna finalmente la ragazza a liberarmi dal casco e dal mio ricordo. L’anziana donna è stranamente in silenzio.

Ben pettinata con un taglio simile a quello della giovane ragazza in posa ammiccante accanto al grosso albero mi dirigo alla cassa. Pago e torno dall’anziana signora per salutarla un’ultima volta.

La malinconia ha scacciato tutta la sua esuberanza, sembra un aquilone rimasto solo e impigliato tra i rami di una quercia con qualche filo legato ancora alla nuda terra. La sua storia, la mia storia sono trapezi di carta stracciata che non volano più a dispetto del vento, a dispetto del tempo. Sotto il casco sembra un animale prigioniero dentro il suo destino.

Le stringo la mano e prima di andar via le sussurro piano che nel cuore c’è sempre un angolo pieno di sole e prima o poi la pellicola riprenderà a scorrere. Come in un film arriverà un protagonista ad occupare il suo ruolo, porterà colore in una vita in bianco e nero.

Poi attraverso rapida la porta a vetri del salone, una volta fuori le mando un ultimo bacio. Lei sorride e si porta le mani sul cuore in un’ipotetica forma di stampella. C’è adesso una luce speciale nella pelle del suo viso.

Ho dentro me il suo augurio di un nuovo abito da poggiare sulla stampella rimasta vuota.

Cammino per la strada con i capelli che volano leggeri.   🙂

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Per lavoro e per diletto

Di gran carriera tutto lo staff con il quale lavoro è stato spedito nei giorni scorsi a Napoli.

Espletate le normali attività di servizio ci siamo catapultati alla Reggia di Caserta dove il collega Fotograffio si è sbizzarrito a fotografare.

Una giornata primaverile, bellissima, questi sono solo alcuni dei suoi scatti ….

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IM001261Reggia di Caserta@ Fotograffio

Grazie Dorothèè, bimba bella

liebsteraward_3lilapplesRicevere attestazioni di amicizia, non posso negarlo, mi rende felice. Doppiamente felice quando arrivano in modo inaspettato e virtuale.

Inaspettato perchè non immaginavo proprio di leggere assieme alla nomination “A fine binario, lo so ha più di 200 followers, ma l’adoro” … ‘nnaggia sono rimasta a guardare sul monitor quelle parole con un mix tra commozione e gioia. E’ un blog che seguo e leggo con piacere quello di Dorothèè   http://iblogvannodimoda.wordpress.com/    una ragazza giovane e solare, una ragazza come me sonnambula. Ti ringrazio Dorothèè. Al di là della regola “grazie bimba bella” per l’emozione che mi hai data.

Virtuale. Ormai non distinguo più gli amici con i quali l’abbraccio è reale da quelli che incontro in rete la cui stretta è altrettanto forte. Non avverto più quella differenza tra il comporre un numero sul cellulare e sentire la voce di Tizio o accedere alla casa virtuale di Caio per trovare un suo pensiero, una sua poesia, un suo racconto e con piacere lasciargli un commento, una riflessione, un segno del mio passaggio, solo una semplice lettura oppure quel “mi piace”. E viceversa. Mi spiace invece per coloro che non leggo più, quegli amici che di punto in bianco hanno fatto fagotto ed hanno chiuso quella porta cancellando l’empatia, la condivisione, la complicità stabilita, con un repentino colpo di spugna. Come se nulla fosse stato. Alcuni di loro mi hanno scritto in privato, mi hanno spiegato le loro motivazioni ed io li ho capiti. A coloro invece che non hanno lasciato neppure un rigo o un semplice ciao auguro comunque una buona vita.

Le dieci domande sono:

1- Quante volte ascolti la musica al giorno?

La musica è il sottofondo alla mia giornata. In casa, in automobile, in ufficio, per la strada. In questo momento ascolto Patti Smith con “Because the night”.

2- Quante volte ami al giorno?

Tutte le volte che mi attraversa un brivido e sono tante.

3- Quante volte sogni al giorno?

Quando il cielo mi costringe a non abbandonare su di esso lo sguardo, quando accarezzo un pensiero positivo.

4- Quante volte vorresti viaggiare al giorno?

Fino a quando non raggiungo una meta.

5- Quante volte leggi o vorresti leggere al giorno?

Sono una divoratrice di qualunque cosa scritta, non potrei leggere oltre.

6- Quante volte rischio al giorno?

Non svolgo nessuna attività di particolare rischio. E’ la vita che ci regala dei rischi da correre ed io, come tutti, rischio.

7- Quante volte vivi questo giorno come se fosse l’ultimo?

Tutti i giorni. Se è vero, come è vero, che abbiamo solo tre giorni da spendere … perchè non viverli con gioia?

8- Quante volte vivi per davvero al giorno?

Quando sorge il mattino. E il mattino sorge ogni giorno.

9- Quante volte ti senti libero al giorno?

La vera libertà individuale la vivo e la sento purtroppo per poche ore al giorno.

10- Quante volte immagini di volare al giorno?

Ogni volta che le ali della fantasia, come uno scialle, si posano sulla mia mente. Capita spesso, direi.

E come ho concluso le precedenti nominations, la mia casa è la vostra casa. Tutti, cari followers, siete nei miei pensieri. A voi, a tutti voi dedico questa nomination con le stesse domande.

E il mio sincero grazie.   😉

Affy

Ringrazio pubblicamente e ringrazio, per la stessa nomination, altri amici:

http://michelacodorniz.wordpress.com/

http://viaggiandoconbea.wordpress.com/

http://letteraturando.wordpress.com/

http://humanihil.wordpress.com/

http://rcavallaretto1.wordpress.com/

Il disegno

Mio nipote di tanto in tanto mi lancia una sfida. E stamattina:

“Zia con tre colori, in un solo minuto, disegnami la primavera”. Un minuto. Non c’è tempo per dipingere fiori e uccelli, prati e mare, aquiloni e arcobaleni.

Appena alzata dal letto, lasciato l’inverno alle spalle, la primavera l’ho vista così:20140323_111812 Ho chiesto poi a lui, in un’ora, di disegnarmi una locomotiva:20140324_215030

ho quindi chiesto a Fotograffio il suo insindacabile giudizio.

Dopo due ore allegata alla sua mail mi è arrivata questa:20140323_114538

 che posso interpretare solo in un modo:

Facciamo largo ai giovani … a noi due non resta che pedalare”!.

Evvabè …    😆

Affy

Mai come oggi

Mai come oggi ho aspettato che arrivasse la notte.

Perchè era notte quando io e te passeggiando abbracciati stretti arrivavamo in quella spiaggia dove i pescatori arrotolavano le loro reti, le nasse pronte per essere gettate a mare. E poi ami e fili da pesca, pezzi di sughero, lunghe corde bianche attorcigliate.

Sulla sabbia frammenti di conchiglie e decine di granchi morti senza più le chele.

Ci sedevamo su una vecchia barca celeste e bianca, umida di brina, con legno e fasciame pronto a sostenere il nostro peso. La luna galeotta, ora piena ed ora a falce, sentiva risa e parlottii sommessi. Silenziosa regalava una luce che sembrava una carezza, c’infarinava e poi ambigua ci strizzava l’occhio, spandeva raggi blandi su di noi e sulle onde che lambivano la riva.

C’è una canzone di De Gregori che parla di un ragazzo che ha paura di tirare un calcio di rigore.

Certe notti avevo quella paura. Quella paura di non farcela.

Tu lo capivi. Tu lo sapevi.

E allora ti alzavi dalla barca e mi chiedevi di ballare. Sulla sabbia. Noi due. Di notte in riva al mare.

Ricordo il nostro tango solitario, confuso e azzardato, ballato sulle note immaginarie del bandonèon di  Piazzolla. I miei lunghi capelli frustavano l’aria e i pescatori si fermavano per applaudire.

Poi sempre abbracciati stretti stretti tornavamo a casa.

“Ricordati  di essere felice Affy” mi dicevi sempre.

“Sì, me ne ricorderò”

Oggi ho aspettato la notte per restare sola con te. Come se fossimo ancora noi seduti su quella barca celeste e bianca a parlare sotto la luna galeotta.

Vivere accanto a te  è il meglio che una figlia, qualsiasi figlia, possa desiderare per la propria vita.

Anche se non ci sei più “auguri” Papà.20140319_232456

La “nostra” fotografia

Con le braccia strette strette intorno al collo mi stampa due grossi baci.

Due bellissimi baci.

Qualche giorno fa mi aveva raccontato che era un coniglio, batuffoloso e morbido. Grigio. E mentre nell’aria disegnava due orecchie lunghe aveva aggiunto:

“… e tu sei il mio albero con i nidi, non hai le radici perchè sei tutta di fuori”.

Oggi Emanuele è venuto a trovarmi con la mamma, con sé aveva un pacchetto.

 Non è un fotografo professionista, ha quasi quattro anni e tanta strada da fare.

Questa è “la fotografia”.

Siamo noi due.

Qualche giorno fa.   😉20140311_211806

“fotografia” realizzata con la pasta modellabile

Due colombe, la panchina e il bastone

Sto guidando.

Sorpasso due ragazzi in bici e un gatto morto.

Rapita guardo gli alberi riempirsi delle promesse che regala la primavera. Un gommista ha appeso un grosso pneumatico sopra un palo della luce, sembra una girandola nera immobile al vento.

Mi perdo in questo paese dove ad ogni curva la bellezza del panorama cambia e chiedo aiuto ad un vecchietto fermo vicino un semaforo spento. Mi indica la strada, mi distraggo, conto i suoi denti d’argento e non ascolto quello che dice. Proseguo e dallo specchietto retrovisore lo vedo sbracciarsi e indicarmi di procedere verso destra. Una breve retromarcia e prendo la strada giusta.

Sotto la giacca indosso una T-shirt bianca con una scritta blu, blu come la tendina del negozio di un rigattiere che vedo all’angolo della piazza. Fermo l’auto e decido di entrare. Dentro c’è proprio di tutto, vecchie radio, bastoni da passeggio e strumenti musicali, mobili antichi e lampadari in ferro. Esco con un bellissimo bastone che compro ad un prezzo politico. Mi servirà per i miei viaggi da vecchia.

Nella piazza ci sono i tavolini del Gran Caffè, un giardino fiorito e una panchina di legno dove sono seduti una coppia di vecchietti, mani che si sfiorano ormai giunte al capolinea degli affanni quotidiani. Li guardo con profonda tenerezza, cosa riserverà loro il domani? Con molta probabilità tanto freddo nelle ossa, due teste pulcinesche da portare a spasso e un femore rotto. Accenno un saluto con la mano, loro sorridono piegando la testa come fanno i bambini. Guardano il mio bastone, lo guardo anch’io e d’impulso glielo regalo. Così, come fanno i bambini quando incontrano un amico. Mi ringraziano ripetutamente ed io mi sento in totale imbarazzo.

Risalgo in auto e rivolgo loro un ultimo sguardo.

Sembrano due colombe intente a ripiegare le ali alla fine del loro volo. Mi agitano il bastone in segno di saluto.

Ho gli occhi umidi.

I due ragazzi in bici sorpassano adesso me.bastone

Come può una vita stare dentro un trattino?

“Camina latu mari” mi gridava Antonio quando il mugghiare rabbioso delle acque investiva il viale. Ed io camminavo ubbidiente dalla parte del mare dimenticando il freddo e le strida dei gabbiani che volteggiavano bassi sopra le nostre teste. Da una parte il rosso ocra delle case e dall’altra il grigio acciaio del mare. Più che vederlo noi due amavamo soprattutto ascoltarlo il mare, sentirne l’odore.

Dieci anni più di me, Antonio era figlio unico del migliore amico di mio padre, per me era il fratello che non avevo avuto e che avevo tanto desiderato.

Le mattine d’agosto quando i colori del luogo prendevano vigore e il mare sussurrava la sua nenia scivolando tra i sassolini lucenti Antonio arrivava nel vialetto di casa mia e insieme andavamo alla gelateria del porto per la prima granita della giornata. Caffè con panna e brioche con coppoletta. Prima di uscire ne ordinavamo due ai frutti di bosco ” ‘ncartate i puttari” (incartate a portar via) confezionate nei bicchieri di plastica da consumare sulla spiaggia dopo il primo tuffo quando intorno a noi c’era solo il profumo d’acqua salmastra e l’intenso e penetrante odore di alghe e salsedine.

E mi portava sempre con sè quando anni dopo prendeva la barca del padre e diceva “Affy  ‘nchiana supra a bacca chi ssappamu i rizzi” (sali sulla barca che andiamo a tirare le reti) e tornavamo a riva col pesce fresco ancora saltellante, c’erano  i “pisantunedda”, le ope, i saraghi che i nostri genitori insieme sotto il grande patio la sera cuocevano e poi condivano con il salmoriglio, un misto di olio, aglio, sale, prezzemolo, limone e origano. Ancora oggi ricordo quel fumo odoroso nell’aria. E le risate festose, le voci allegre, la gioia immensa di essere tutti lì.

Così crescevamo, uniti da un’amicizia inossidabile. Avevamo poi preso strade differenti, seguito i nostri sogni, i nostri lavori, la nostra vita. Lui era andato a lavorare a Sassari in una solida impresa che ben presto aveva rilevato diventandone proprietario.  Si era sposato con Anna, una ragazza sarda, bruna, molto cordiale e simpatica e in pochi anni avevano avuto tre figli. Ci sentivamo spesso al telefono o tramite mail e alla prima occasione ci ritrovavamo sempre con la stessa gioia degli anni spesi insieme.

Ed ora Antonio non c’è più, venerdì notte un infarto se l’è portato via.

Fuori piove, dentro ho una tristezza che non conosce parole, solo la mente vola piena di ricordi che sono pugni violenti nello stomaco.

Inclini come siamo a dare per scontato che il domani ci riservi nuove scorte di tempo non ci siamo resi conto che il tempo non aspetta proprio nessuno. Il tempo è poco più di un trattino.

Lo stesso trattino sulla lapide che distanzia la sua data di nascita da quella della sua morte.

In quel piccolo trattino c’è dentro tutta la sua vita.

Ed è incredibile pensarci adesso.20140303_210824

L’amicizia è come una grande rete da pesca rossa

(L’amicizia la immagino come una grande rete da pesca rossa, profuma di mare e contiene la vita.)

Maria Grazia mi aveva regalato un libro composto solo da poche righe e qualche disegno. “L’abbraccio” di David Grossman.

Si era avvicinata alla scrivania dicendo: “Tieni, questo è per te” ed io ero rimasta stupita per quel gesto poichè noi due non avevamo stretto alcun rapporto.

Era un periodo in cui avvertivo una mancanza, un buio interiore, qualcosa che avrebbe dovuto esserci e invece non c’era. Per colmare quel vuoto, simile al sottofondo di una nota bassa continua, mi ero buttata a capofitto nel lavoro senza avere però la minima ansia di arricchirmi o di far carriera, ero condizionata da un senso del dovere come se la vita fosse un debito da pagare e andavo avanti così sprecando energie in assenza di emozioni.

Se da un lato ottenevo il giudizio lusinghiero dei vertici aziendali dall’altro conoscevo la trappola del pregiudizio da parte di alcuni colleghi.

Un pomeriggio aprendo un cassetto della scrivania ritrovai quel libro e presi a sfogliarlo, a leggerlo. Avevo le guance che scottavano per il calore della comunicazione, un vuoto d’aria che mi mandava lo stomaco in gola.  Capivo che dovevo compiere uno sforzo, in fondo non erano scampoli di vita quelli che avevo intorno.

Andai da lei e senza parlare l’abbracciai forte.   🙂

… perchè l’abbraccio è quella cosa che anche per poco ci fa smettere di essere “uno” e ci fa diventare “due”. Per sentire quella stretta e provare a smettere di essere “uno“. Anche se per poco. (D. Grossman)

20140101_125326L’amicizia è come una grande rete da pesca rossa @Fotograffio

Ruben ed io

Spesso scendo la scala interna che porta alla taverna di casa mia per riascoltare tutte le sue registrazioni, parole e suoni, chitarra e voce. Abbiamo nuotato pomeriggi interi nel mare della musica dove il piacere delle vibrazioni diventava spesso la nostra principale comunicazione.

Discutevamo per ore di musica.

Gli parlavo di Bob Dylan, per me un poeta rivoluzionario che con una voce scarna e penetrante cantava sottovoce autentiche poesie passando poi al duo angelico e discreto di Simon & Garfunkel che mi appassiona per  le sue armonie vocali.

Stefano mi ascoltava e provava con la chitarra l’assolo di “Place Your Hands” dei Reef.  “Sono solo sei battute zia però contiene legati e glissati”. Controllava la battuta di apertura e poi volava. E attaccava subito dopo “Start me up” dei Rolling Stones per vedermi contenta.

Adesso mi manca da morire non averlo insieme con i suoi amici il sabato pomeriggio nella taverna a suonare la chitarra, mi mancano le chiacchierate e le discussioni che facevo con lui, mi manca il suo profumo, la sua risata contagiosa, quel suo modo malandrino di chiamarmi “bella zì” come fanno i ragazzi di oggi e tantissime altre cose.

Mio nipote Stefano studia in un’altra regione.

Una sera parlando al telefono mi buttò lì: “Sai zia cosa mi manca più di tutto? un  tuo scherzo, ne vorrei proprio uno assurdo”.

Ed io appena finita la conversazione ho aperto un profilo su facebook.

Qualche giorno dopo mio nipote accettava l’amicizia di Ruben, vent’anni, appassionato degli stessi suoi generi musicali, degli stessi giochi di strategia in rete. Come lui universitario al primo anno di medicina e chirurgia.

Quante discussioni abbiamo fatto in queste sere, quante sane chiacchierate e quanti scambi di opinioni. Come riuscivo a pungolare i suoi interessi, a stuzzicare la sua curiosità. C’era cascato in pieno.

E poi Ruben che ieri chiede  “casualmente” a Stefano se si sente un ragazzo felice.

Stefano risponde: “Certo che sono felice Ruben. Ho una ragazza, la moto e frequento la facoltà che desideravo più di ogni altra cosa al mondo anche se abito tanto lontano da casa. E’ grazie a mia zia se ho tutto questo, ha sostenuto una dura battaglia con i miei genitori ma è riuscita a spuntarla su mio padre che mi voleva a tutti i costi ingegnere e che mi aveva già iscritto all’università della mia città. A me non interessa nulla di calcoli del cemento armato, di ponti e progetti. Voglio un bene dell’anima a mia zia e anche se non glielo dico mai la considero come una madre”.

Spiazzata alla grande.

Non saprà mai delle lacrime di Ruben che scendono copiose e che in tutta fretta gli scrive: “Scusa Stefano ma è pronto in tavola. Ci sentiamo domani”.

Resto a fissare il monitor e ingoio dentro le lacrime la sua ultima frase.

Mi alzo e scendo in taverna, domani glielo dico però che questo è uno scherzo assurdo.

Domani.

Adesso vado a sentirlo ancora una volta suonare.20140124_215953

@Fotograffio

A te la scatola e a me il tubo

Oggi 14 febbraio è San Valentino.  🙂

Pubblicità di una confezione azzurra di cioccolatini dove lui e lei si abbracciano sotto un cielo di stelle.

Chissà se ricevere quella scatola significa che il vuoto interiore che si sentiva prima è stato riempito e non si sente più la mancanza di qualcosa, non si avverte più quel freddo che si insinua nelle ossa. Ogni essere umano ha in fondo bisogno di esprimere la propria affettività, non può sentirsi a lungo orfano del valore della condivisione, della complicità, di quel prendersi cura l’uno dell’altro, deve diventare  finalmente una pianta che sa dove abbeverare le proprie radici.

Oggi è San Valentino ed io ho ricevuto un tubo. E la colpa è tutta di Cupido che stanco di battere le sue minuscole ali scocca i suoi dardi standosene comodamente seduto e fallendo miseramente la preda.

E il tubo è proprio il senso letterale del termine non è quella confezione diversa dalla scatola.

E dire … che volevo leggere soltanto il bigliettino all’interno dell’incarto argentato.  😦Baci_Box

Profumo di merendine e amicizia

Sul tavolino di legno in sala d’attesa c’è un contenitore pieno di caramelle. Al suo fianco in bell’ordine ci sono alcune riviste.

Ne prendo una qualunque, leggo il titolo di un sondaggio:

 “Hai un ricordo che ogni tanto ti ritorna in mente?”.

Ho frequentato le scuole elementari dalle suore. La maestra, Suor Letizia, era una suora alta e legnosa, con gli occhialini cerchiati d’oro e le labbra sempre serrate, egoiste nei baci. Aveva una voce squillante, alta e aspra che vibrava come la campanella quando suona la ricreazione e che a me, ogni volta, faceva sussultare.

Dietro la scuola, separata da una rete d’acciaio a maglie grandi verdi, c’era una casa per le persone anziane e quando il sole era alto i vecchietti passeggiavano lentamente nel cortile, traballando dentro corpi logori e passi malfermi asciugavano ai raggi le loro ossa scricchiolanti.

Con Giulia dividevo il banco accanto alla finestra ed è così che avevo conosciuto Pietro, un vecchietto che passeggiava sempre solo, le spalle ricurve e le mani intrecciate dietro la schiena. In realtà non sapevo se quello fosse realmente il suo nome, lo chiamavo in quel modo perché aveva sempre con sé tante chiavi tintinnanti che penzolavano dalla cintura dei pantaloni.

Un giorno mentre ero fuori in cortile e c’era il sole alto, quelle chiavi mandarono un riflesso, un bagliore, ed io mi ero incantata a guardarle. Avevo otto anni, Pietro si era avvicinato tremolante alle maglie della rete, le chiavi tintinnavano e parlando con le mani mi aveva fatto capire che quelle erano le chiavi della sua vera casa, lontana da quel posto.

Quanta simpatia avevo per lui.

Il martedì e il giovedì noi studenti ci fermavamo a scuola e nel pomeriggio si faceva basket. A fine pranzo veniva servita una merendina confezionata e subito dopo, per circa mezz’ora, le suore ci lasciavano andare fuori, in cortile. Custodivo con cura quel dolcetto ed ogni martedì e giovedì come per un tacito accordo lo portavo a Pietro. Lui mi aspettava vicino alla rete, gli brillavano gli occhi  mentre infilava le dita tra le maglie per prendere quella leccornia e se pioveva stava ugualmente lì ad aspettarmi sotto un ombrello rosso come un papavero in mezzo al prato. Ricordo che scartava subito il dolce, se lo portava alla bocca senza dire nulla, mai un grazie, mi sorrideva con un sorriso grande e gli occhi lucidi. Se poi anche Giulia non mangiava la sua merendina io le chiedevo il permesso di prenderla e la portavo a Pietro che in certi giorni poteva contare su una doppia razione. La sua felicità nel vedere due involucri al posto di uno non la riesco a  raccontare però mentre scrivo provo la stessa commozione di allora. Rivedo i suoi occhi posarsi sulla rete, infilare la mano rugosa tra le maglie e afferrare piano piano, uno alla volta, i dolcetti dalle mie mani. Sorrideva con una felicità che mi allargava il cuore mentre stringeva quegli involucri. Quando ci separavamo gli dicevo sempre ciao ma lui non mi rispondeva, quel ciao però a me sembrava di sentirlo o forse, così giovane,  non ci facevo troppo caso. Rientravo a scuola nella mia classe e lui nella casa con gli altri vecchietti.

Un martedì pomeriggio di primavera con il solito dolcetto in tasca mi ero avvicinata alla rete ma Pietro non venne. Ricordo che quel giorno mi ero appoggiata alle larghe maglie verdi ed avevo iniziato sommessamente a piangere. Chissà se era tornato nella sua vera casa. Rientrata in classe ero andata silenziosa al mio banco, accanto a Giulia. Suor Letizia mi aveva chiamata a sé e per la prima volta mi aveva abbracciata. Pietro non sarebbe venuto più.

Questo è un ricordo che mi torna spesso in mente.

Poso la rivista sul tavolino di legno accanto al contenitore con le caramelle.

La porta dello studio si apre, qualcuno chiama il mio nome.

Mi alzo e nel prendere la borsa tintinnano le chiavi.

E sento che per me andrà tutto bene.